Del nostro tempo rubato



Sarebbe bello ridere di noi, di tutto il tempo rubato al nostro tempo a venire.
Sarebbe meglio(giusto) ridere di noi, ma mi si stringe la gola, non riesco a dirti una parola buona.

Domenica sono stato in un paese a me caro e per l’occasione del viaggio ho compilato un cd con alcuni pezzi di album appena usciti.
Tra questi: “Del nostro tempo rubato” dei Perturbazione.
E’ incredibile come, neanche a farlo apposta, questa canzone sia stata la colonna sonora più adatta per la trasferta toscana. Sono strade, paesi e panorami, quelli, conosciuti anni fa in circostanze completamente diverse da queste. Ripercorrerle e rivederli, sebbene lo avessi già fatto e non mi avesse turbato, mi ha messo addosso una tristezza infinita.
“Colpa” del sottofondo musicale.

E’ come se i ricordi si fossero ripresentati lì, vividi e cattivi: senza pietà.
E non è stato il male della memoria a colpire, è stata la malinconica constatazione del rapporto tra tempo “rubato” e tempo a venire.

Pare impossibile riportare le sensazioni che ho provato meglio di quanto dicano questi versi. Che forse non hanno neppure il significato che intendo io, ma rendono l’idea allo stesso modo, forse meglio. Magari quel noi è un plurale maiestatis mentre io lo considero un noi di coppia: è uguale.
Sarebbe bello ridere, o meglio sorridere, di quello che siamo stati, sarebbe meglio, sarebbe giusto.
Rivedere quei posti, quei paesaggi e quei passaggi e abbozzare un sorriso distaccato ma intenso, come se si stessero celebrando sconfitte che sono trascorse e non fanno più male.
Invece sono nostalgie brense.
Riguardare le foto, leggerne negli occhi e nei volti dei protagonisti una serenità che allora non sembrava finita e che invece ora si dimostra irraggiungibile.
Scartarne i difetti perché quelli di ora sono nettamente peggiori.

Non è la fatica, è lo spreco che mi fa incarognire.
Non è neppure tempo rubato, è lo spreco nel senso di qualcosa che è stato, che non si può riavere indietro, che è valso la pena vivere, che è valso in ogni suo attimo, ma che non è rimborsabile.
Non è la volontà di tornare indietro, è il riscontro della difficoltà di andare avanti.
Vorrei cambiare sì, vorrei cambiare tutto.
dice la canzone.
E fin qui… Diventa complicato quando certe cose non si possono cambiare, quando è ora di arrendersi, di alzare bandiera bianca e accorgersi che tutti i piani B sono andati in merda.
Accetto che sia così, non accetto che rimanga così.

Un amico mi ha detto, scherzosamente, che vorrebbe lavorare solamente per pagarsi i vizi.
Un altro amico -in un elucubrazione filosofica totalmente fuori luogo e completamente fuori contesto- mi ha detto che l’alienazione lavorativa di marxiana memoria esiste ancora e che si traduce nel distruggersi la sera, nei week end, nel trovare uno sfogo all’ansia e allo stress della settimana di lavoro.
Vera la prima.
Falsa la seconda.
Passa una differenza sottile tra i due concetti. Finché si trova uno sfogo, significa che siamo padroni di quello che facciamo, non siamo alieni a noi stessi, stiamo ancora decidendo come e cosa fare per trovare una soluzione. Quando lo sfogo è una gabbia, un cane che si morde la coda, allora sì: è alienazione, non siamo noi a decidere.
Io lavoro per i vizi, per cercar sera, per week end che siano più violenti delle settimane.
Accetto che sia così, non accetto che rimanga così.

Perfino il rock ti scava rughe sulla faccia, e chi l'avrebbe detto?
e, aggiungo io, ti mette un mucchio di capelli bianchi (quelli che mi rimangono): diventa un problema specie perché con la mia faccia ci devo girare io.
Di avere un tempo che nessuna mi renderà indietro mi può anche stare bene, è la vita.
Di accorgermi che ne sto rubando a quello che ha da venire, no, per niente, non mi sta bene per un cazzo.

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