È una questione di definizione

Intro

Non so da dove partire. Anzi, a dir la verità non so nemmeno dove voglio arrivare. Per cui, esattamente come quando si gioca a calcio, proverò a far la cosa più semplice, inanellare un passaggio via l'altro, che se tutto va come deve andare, arrivo dall'altra parte del campo e magari segno pure.

Qualche mese fa su facebook rimbalzò un post sull'ignoranza (nella fattispecie, questo) che venne spammato a bestia, riscuotendo, con somma meraviglia della stessa autrice, un grandissimo successo. Credevo che l'articolo provenisse da uno di quei blog virali che da bravo hipster compaiono nella mia cartella dei preferiti, come QuitTheDoner, Noisey, Vice, AvantLaGuerre e, vabbè, quello di Valentina Nappi, invece no, era un normalissimo blog di una normalissima ragazza, ma quel post mi piacque così tanto che misi RemTeneVerbaSequentur tra i miei siti favoriti. E feci bene.

Feci bene perchè la ragazza sa quel che dice e, cosa ancora più importante, sa come scriverlo. Nel suo ultimo intervento la blogger dichiara di non voler tracciare un bilancio di fine anno, per lo meno non sul blog, ma cerca di definire a sommi capi quanto di rilevante le sia successo nel 2013, quanti cerchi sia riuscita a chiudere e quali parentesi abbia dovuto aprire. Ebbene, mi ha molto colpito e dato che io sono un prodotto originale come Sharry Bobbins, Dopolino o Zio Caperone, voglio provare anche io e fare something like that, cercando di definire alcune questioni.



Vai con un pezzo significativo che non c'entra un cazzo. 
Ele, se sei in lettura, grazie per l'imbeccata


San Antonio, TX


Il 2013 è stato l'anno del trasferimento a San Antonio, Tx, sui primissimi rilievi appenninici del Frignano. Dopo aver vissuto per 30 anni a Maranello, lo spostamento è stato traumatico e per tanti versi rimane difficile farselo andare bene. 
Non fraintendetemi, parlo a livello logistico. 
Per come la vedo io Pavullo può piacere a chi ci è nato e cresciuto, ma chi ha abitato in collina e lavora in pianura (e soprattutto nel Distretto dove, d'accordo, moriremo tutti per una qualche esalazione di una qualche cosa ceramica ovviamente bell'e che segnalata dagli zelanti grillini di provincia, ma il grado di civilizzazione è avanzatissimo) qui vede solo limiti, complicazioni e scocciature. Praticamente c'è solo una strada, piuttosto che sfiorare il mercato del sabato mattina preferirei guardare tutte le puntate di Pomeriggio Cinque con Barbara D'Urso, i locali in cui andare sono sempre quelli. Insomma, parafrasando il mio amico Chicco:"L'Appennino? Bello, bellissimo! Ma abitateci voi.".
Poi, per l'amor del cielo, nel tempo mi sono fatto tanti amici da queste parti cui voglio bene e che me ne vogliono, con cui esco spesso e sto bene in compagnia. Tutte persone simpatiche e brillanti con cui condivido interessi, partite del Milan, viaggi, vacanze, confidenze e sbronze epocali al bar. Dio li benedica, mi rendono tutto più facile e accettabile, specie quando penso che sì, a Sant'Antonio c'è tutto, se si riesce a vedere oltre le cortine di nebbia che qui calano con la stessa frequenze con cui tirano folate di vento che ribalterebbero un'Apecar, c'è tutto, ma rimane la Lerverkusen del Frignano, un paese dormitorio che il più delle volte mette addosso una tristezza infinita.


A qualcuno piace Cracco, a me piace Marco Busanich


Però caesaris caesari dei deo, ovvero che per quanto le cose mi possano apparire complicate e per quanto quello che segue potrà risultare stucchevole, la donna con cui condivido il frigo (o "le chiavi", per dirla con la blogger cui sto facendo il verso) è quella (the one, non so, in inglese suona meglio) che mi salva da tutto ciò che mi crea ansia, quella che, dopotutto, rappresenta il mio muro meraviglioso, my wonderwall. E poco importa che mi nasconda il telecomando di Sky perché non vuole accompagnarmi nella visione di match di cartello come Malaga-Villareal su Fox Sports, che alla domanda:"Ti va di vedere Buffa che racconta Jordan?" risponda un piccato no e mandi in loop Barbieri, Cracco e Bastianich (anzi, no: Busanich). Se convivere è divertente e arricchente come è ora, e in casa c'è sempre odore di cose buone, va tutto benissimo. E lo è anche quando, dopo essersi cimentata coi suoi dolci, se ne esce con un:"Zeman, ti somiglia!"

Come ha detto il mio amico Checco dopo aver visto i Minions fatti da lei:"Pazzesco".
Confermo, non fosse che con la faccia di "Cattivissimo Me" io ci devo girare veramente.


La magia dei vinili

A proposito del video di Wondewall, che alla fine del 2013 guardo con lo stesso trasporto con cui venivo iniziato agli Oasis nel lontano 1995, c'è da dire che su una cosa non m'ero mai soffermato, ovvero l'aggancio del braccetto del giradischi quando parte la canzone. Ed è stato così per tanto tempo perché forse non ne avevo mai avuto uno né mai avevo ascoltato vinili se non per nostalgica curiosità e/o attimi di interesse per i robivecchi. 
Poi succede che, nel trasferirmi, donna Amadori s'accorge dei dischi adagiati alla rinfusa in un pertugio della mia camera da secoli e secoli, e decide che avrebbero traslocato con me, insieme al giradischi che il nonno mi aveva lasciato in eredità e di cui io non avevo mai beneficiato.

L'idea era quella di fare un appartamento wi-fi in cui la musica venisse filo-diffusa, ma i vinili hanno preso il sopravvento con la stessa velocità della polvere che avevano preso gli anni prima, e innamorarsene è stato un attimo. La musica non può essere un sovrappensiero, un'infinita hitlist di pezzi da ascoltare mentre si sta facendo altro, la musica richiede concentrazione e attenzione, e i vinili ne sono la miglior sintesi. Dico sempre che tutto sia una questione di definizione: la musica non fa eccezione.

The Dark Side of the Moon

Recentemente una coppia di amici, per sdebitarsi della nostra ospitalità nei loro confronti  (a detta loro, perché per me sono e saranno sempre in credito di sincera amicizia e possono venire da noi quando credono), ci ha regalato l'edizione limitata di un disco dei Pink Floyd. Devo essere sincero: nel momento in cui l'ho visto, non ho potuto nascondere la mia delusione perché Waters e compagnia han sempre fatto parte di quel novero di artisti che -sì, lo so, repetita iuvant sed SCOCCIANT- "belli, bravissimi ma ascoltateli voi". Tuttavia, complice il fatto che mio padre avesse trovato un giradischi al mercatino dell'antiquariato di Spilamberto e me lo avesse regalato, ho voluto dar loro un'ulteriore possibilità e mi son trovato catapultato in un'altra dimensione.
Mi sono seduto e ho cominciato a seguire istintivamente ogni colpo, ogni vibrazione, ogni cambio di atmosfera. Ho ascoltato i Pink Floyd in cassetta, in cd e su windows media player, ma solo col vinile tutto, all'improvviso, ha avuto un altro sapore. Ogni frutto ha la sua stagione, può darsi che certe band siano omologate per i dischi e altre no. I Pink Floyd sì, lo sono. 
È una questione di definizione, che ve lo dico a fare? Tanto avrete capito da che parte gira il fumo in questo articolo!

E poi boh scopri che Baiso suonava nei Pink Floyd


Il collega tutto speciale

Al lavoro non mi posso lamentare. A proposito della crisi c'è stato chi ha detto: "Ci sono due notizie: una buona ed una cattiva. Quella buona è che c'è da mangiare della merda. Quella cattiva è che non ce n'è per tutti." Credo che non sia possibile definire meglio di così la situazione socio-economica che si vive in questo tempo. Io però sono fortunato, lavoro per un'azienda in salute in cui ho molto di cui occuparmi, dove sento la fiducia della dirigenza e ho colleghi con cui mi trovo -tutto sommato- bene. Uno di questi è il mio collega tutto speciale, principale protagonista di molti dei miei status su facebook, la cui identità rimarrà misteriosa come quella di Batman. 
Delle sue castronerie potrei farne una raccolta perché, davvero, è una fonte inesauribile di puttanate surreali, frasi sconcertanti davanti alle quali non capisco mai se essere contento di averlo al mio fianco così da ridere un po', o sconvolto dal fatto che un elemento di tale risma possa circolare impunemente per il mondo.


Parole a caso



Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht diceva che bisogna sempre essere pronti per uno vino vecchio e per un'idea nuova. Volendo far la punta ai chiodi può sembrare un aforisma banale, buttato lì a caso: pensieri in libertà. Io invece lo trovo veramente significativo e profondo: è una questione di definizione.
Se anni fa m'avessero detto che avrei imbottigliato vino, che avrei cercato le migliori cantine dove andare ad acquistarne damigiane per poi travasarlo e lasciarlo invecchiare, non ci avrei mai creduto. Eppure, col passare del tempo i sensi s'acuiscono, diventano molto più esigenti, e davanti a un vino vecchio si comincia a portare rispetto, a non guardarlo più come se fosse la caraffa di vino della casa che ci portavano quando andavamo a festeggiare i compleanni da Zanasi a Settecani. Un vino vecchio scalda il cuore e riempie l'anima e ok, anche questa frase fa companatico con l'hashtag "attenzione: post stucchevole", ma amen, è come il Mondiale vinto dall'Italia nel 2006: tutto vero. 

Dal mio ufficio, zombie compresi, ovviamente.

L'inverno è un lunedì lungo tre mesi (anche qualcosa di più), ma per la legge di tutti i grandi numeri qualche cosa bella la mette comunque a referto, per esempio i tramonti, quei bei tramonti in cui il cielo va a fuoco e le nuvole disegnano tracciati di una bellezza indescrivibile, quasi apocalittica (come piace dire a me) che se fosse un dipinto potremmo sol dire che il pittore si sia fatto prendere la mano e non abbia fatto economia di tinte forti. Quando Ferretti dice:"Gli effetti speciali ce li mette il creatore", ecco, uguel. Non so, come mi trovo attento al sapore del vino, allo stesso modo mi scopro sensibile davanti ai colori e agli spettacoli della natura, a questa serie di emozioni visive. 

Ma non solo. Può sembrare strano ma anche l'udito s'è fatto avanti richiedendo più precisione, e non parlo di musica. Sarà facebook, sarà che siamo tutti nascosti dagli status e dai post, che difficilmente riusciamo a dare un suono a quello che leggiamo, se non il suono che la nostra mente, inconsciamente, prova a sintetizzare per noi, ma è solo un artefatto, una magia virtuale che non trasmette alcuna sensazione autentica. 
Non troppo tempo fa ho voluto rincontrare qualcuno che non vedevo da qualche anno solo per sentire che voce avesse perché me la stavo dimenticando e, si badi, sapevo tutto di questa persona, mi bastava leggere i suoi aggiornamenti sui social network per certificare un certo tipo di vicinanza amicale. Credeteci o meno ma sentendola parlare ho stentato a riconoscerne la voce, mi sembrava quasi non fosse la sua. Non m'era mai capitato prima.


All your dreams are made when you're chained to the mirror and the razor blade

E poi le idee nuove, quelle che mi tengono vivo. 
Oltre agli 11 Illustri Sconosciuti, blog che amo pazzamente e che gestisco in coabitazione con Santu, sono tornato prepotentemente ad aggiornare questo. I social network vanno benissimo per scrivere o raccontare qualcosa ma non s'adattano a me cui non è stato fatto dono della sintesi e tante, troppe volte, sono più logorroico di Marco Busanich. Scrivere può essere terapeutico, può aiutare a fissare ricordi che altrimenti andrebbero smarriti ma, soprattutto, è un sistema eccezionale per allargare la mente, indovinare parole nuove, arricchirsi culturalmente e migliorare la propria capacità narrativa. Farlo con un buon bicchiere di brunello di Montalcino imbottigliato qualche anno prima è la morte sua, significa sublimare quest'arte, regalarsi un'alacrità mentale dall'immenso peso specifico e lunghi attimi di felicità.

Comunque. Vorrei scrivere un racconto; il problema è che ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, solo parole a caso.


Il plot c'è, la storia più funzionare, occorre solo darle la quadra. La questione è che, oltre ad essere indietro come i maroni del cane (ma questo è il meno), ho sempre il complesso del "siamo tutti scrittori" dei giorni nostri. 
Una volta vantare di avere un amico che avesse scritto un libro era cosa rara, ora forse è il contrario perché chiunque tiene un blog, scrive recensioni, pubblica libri, vende e-book. Boh. Mi viene dunque in mente il film "Scoprendo Forrester", dove uno studente disadattato cerca di venire a capo del segreto dello scrittore Forrester, il quale, dopo aver scritto un libro "perfetto" non aveva pubblicato altro, cristallizzando così il suo apice di talento e la sua capacità di narrazione. 

Come idea la mia testa sembra il mosaico della serie di Flash Forward. 

Qual'è l'ambizione? È proprio questa la questione da definire. Provarci tanto per, o dare il massimo accollandosi tutti i rischi che questa scelta comporterebbe? Ho una e una sola storia al momento, credo davvero possa girare, ma se così non fosse? E poi potrebbero volermici settimane, mesi se non anni. In un lasso di tempo così lungo quante cose diventerebbero più importanti facendomi perdere di vista l'obiettivo finale? Il mio amico Vintage l'altra sera mi suggeriva di fare un passo alla volta senza cercare l'ottimo subito ma io sono troppo incantato dallo scrittore Forrester, perché la vera scoperta, forse, è semplicemente capire che c'è chi scrive per vendere, chi per la gloria, chi per mettersi alla prova e, alla fine della fiera, battere sé stessi rimane l'ambizione più forte nonché la più nobile, e io ho quella.
Poi chissà? Magari tra tre anni sarò ancora qui a farmi le stesse domande perché i sogni migliori li abbiamo davanti allo specchio mentre ci facciamo la barba, e lì rischiano di rimanere, venendo derubricati come i soliti geniali progetti che sono tutti uguali, geniali discorsi che diventano banali perchè alla fine la cosa più strana della nostra vita è che scivola tra le nostre dita
Tra parentesi, ma non troppo, come metto io Noel Gallagher e Manuel Agnelli nello stesso fricandò non so davvero quanti altri, non credo sia un merito, ma tanto, giusto per non andare Off Topic (sia mai!), anche questa rimane una questione di definizione.


Il resto mancia

Può darsi che essendomi trasferito faccia più attenzione ad un sacco di cose. Per esempio agli amici. Di quelli di Maranello e di Pavullo quasi tutti sono venuti a trovarmi nella mia nuova casa. Una sera di dicembre sono venuti a San Antonio, TX, anche i compagni più stretti del Liceo cui voglio un bene dell'anima anche se a volte si prodigano in consigli da censurare senza se e senza ma:"Siamo tutti dottori qui, abbiamo l'obbligo morale di vivere al di sopra delle nostre possibilità". Ma è poi il loro bello.
Gli amici sono come il vino vecchio (o anche come i tortellini mangiati insieme alla nonna), ti scaldano il cuore quando te li vedi intorno, e quando vengono a trovarti dove tu hai deciso di andare a vivere è ancora più bello. Della loro importanza ce ne si accorge quando ce ne si allontana, ma del resto così è la vita, e non vado avanti su questa strada sennò trasformo questo intervento in un racconto di FaVio Bolo o di Michele Serra.

Nessuna questione da definire qui: il più bello sono io

Il resto mancia. Vado a meno concerti e a quelli cui vado cerco di sedermi, faccio spesa all'Eurospin, fumo la sigaretta elettronica, sono stato tra i primi a seguire Breaking Bad e forse l'unico a non averlo finito, sono abbonato a due riviste di viaggio e turismo, mi segno i nomi dei ristoranti dove mangio meglio, trascrivo di continuo sui miei moleskine frasi lette su qualche libro e mi sono venuti a piacere gli U2 e i REM.



I save your messages just to hear your voice 
(sembra che io l'abbia fatto apposta, invece no...)

Ultima cosa, riporto in maniera dettagliata episodi che diventeranno ricordi perché ho come l'impressione che la mia memoria tenda ad andare a puttane, e non ho ben chiaro se sia colpa di qualche long island di troppo o se, semplicemente, stia invecchiando.
Questione di definizione.

Am I cracking up or just gettin'older?

Vorrei chiudere nello stesso modo in cui conclude la blogger cui mi sono ispirato per scrivere questa serie di sbabbelate senza né capo né coda, e che vorrei dire ai miei amici Cosmos non appena ci rivedremo sul campo e li batteremo. A dire la verità non so perché lei scriva così, ma mi garba, per cui, da bravo pecorone, faccio uguale: sucare fortissimo. So long, 2013.

Astolfi, un'istituzione maranellese

Ieri sera vado da 'stolfi per comprare qualche bottiglia di vino. 
Lungo la corsia incontro un ragazzo del Pratone (per chi non lo sapesse il quartiere dove sono cresciuto, ) che non vedevo da mo'. No, non sto parlando di Marcuzzo, quello lo avrei incontrato tre quarti d'ora più tardi al Drake: inutile dire che entrato lui, il locale si sarebbe ovviamente riempito di figa che neanche gli One Direction al Forum.

Ebbene, chiacchierare per venti minuti col mio vecchio amico di infanzia mi ha permesso di osservare le più disparate categorie di casi umani che acquistano vini per il cenone della Vigilia.

  • Amici in coppia chiaramente spediti lì dalle mogli, che per un quarto d'ora girano, prillano, cosano e poi uno dice all'altro:"Sai cosa c'è? Prendi tre bocce di Lambrusco e bona lè". Quella emiliana sarà pure la miglior cucina al mondo ma quando è ora di bere scegliamo di non scegliere o scegliamo male. Almeno con gli amari ci ha detto meglio.
  • Moglie che chiede al marito:"Col pesce va bene il rosso?" Come no? Certo, come è giusto che un uomo sposi un altro uomo, che si giochi a calcio con la marmitta del Ciao, come è bene che gli esponenti del M5S possano esprimere liberamente i propri pensieri senza essere diffidati legalmente... Fortuna che stavo parlando sennò t'arrivavo con una cartella sul muso.
  • Ragazza che chiede al proprio compagno:"Il Montepulciano è bianco?" Se ci fosse stato Christian De Sica avrebbe cavalcato l'onda con una battuta da cinepanettone rispondendoti:"Eccome no? Quando nevica tutti i monti sono bianchi!"
  • Un ragazzo che compra quattro birre da 66 e una bottiglia di limoncino; come son contento di non essere tuo amico e non venire alla tua cena stasera.
  • Figlia adolescente che accompagnando il padre gli domanda:"Ma il bianco che cerchi, è rosso?" Se mai Buffa parlasse di te direbbe che sei di "un ignoranza sensazionale".
  • Ragazza che si fa impacchettare due bottiglie di Campanone in una confezione regalo. No, dai, così la misura è colma, figlia mia.
  • Un vecchio che guarda, cerca, seleziona poi vede le quattro bottiglie che avevo scelto io e che avevo temporaneamente appoggiato su uno scaffale. Ne prende una e la mette nel suo cartone, e vabbè. Ne prende un'altra, eppoi un'altra. Eh no! Va bene che come dice una mia amica "non bisogna chiedere permesso prima ma scusa dopo", ma tu stai esagerando. Alla fine se n'è uscito con una bottiglia di lambrusco Vecchia Modena e crepi l'avarizia.
  • Donna che chiede al marito:"Meglio un bianco frizzante o un rosso fermo?". Ma io mi domando e dico:"Ma tu il cervello lo hai vinto coi punti della benzina?"

Giusto, se vi state chiedendo se Astolfi abbia il bancomat, la risposta è sì. Lo sa usare come io so far funzionare una lavatrice ma quello è il meno. Lui prende il Pos, lo tiene alla portata visiva di tutti i clienti e ti dice:"Digiti il codice, giovanotto".
Dopo che anche un cieco ha letto ogni tuo numero compresi quelli della targa e quelli che hai sognato la scorsa notte, se ne esce con un grande classico:"Ha preso degli ottimi vini, i migliori, giovanotto!"
Roba che se fosse twitter e potessi mettere dei tweets scriverei: 

#tepareva
#pizzefreddedifiancoaldixan
#birredamanovali
#solovinidiqualita

Voglio un passato migliore? Le più belle foto del mio 2013


I tuoi week end mi distruggono, voglio un passato migliore.
È poi vero?

Nell'attesa che Santu pubblichi un nuovo articolo sul blog degli 11 Illustri Sconosciuti, non si sopisce la mia voglia di scrivere e ho ripreso a farlo qui, sull'Indie Open Bar, dove tra una sbabbelata e un'altra mi è capitato di imbattermi nei vecchi articoli. 
A parte averne trovati alcuni molto interessanti (al bando la modestia!), una cosa che mi è molto piaciuta e che mi dispiace non aver continuato ad aggiornare, è la rubrica dedicata alle foto più belle scattate di stagione in stagione. 


Allora provo a metterci una pezza e a raccogliere gli scatti migliori dell'anno. 
Son troppe per sceglierne una e una sola per ciascun momento o ciascun episodio, per cui proporrò dei collage, realizzati naturalmente con le migliori tecniche a mia disposizione, ossia il programma di picasa distribuito freeware.


Calcetto & #wellness


Tra Luglio e Giugno ha inizio un fenomeno che, a strettissimo giro, raccoglie l'attenzione di fan e adepti di ogni risma: il Calcetto & #wellness. Nato senza alcuna pretesa, diventa ben presto una competizione serrata tra SS Los Pollos Hermanos e Cosmos FC, compagini rivali che s'affrontano nel torneo di Apertura, Clausura e (nel momento in cui scrivo) Wellnessschaele, edizione popolana del Meisterschaele. 
Il collage si compone di alcune foto ricordo emblematiche. 
Quella superiore ritrae Pollos e Cosmos abbracciati assieme il giorno della finale del Torneo di Apertura (vinta dai Pollos ai rigori) presso l'Oratorium Stadium di Maranello. 
In basso uno scatto al Principe Mulazzi (detto anche "Il Truce Mulazzi", il Van Bommell dei Polli), pedina imprescindibile degli Hermanos in campo ma sopratutto fuori, che stringe a sè il trofeo dell'Apertura, powered by Anas, main sponsor della manifestazione.
Infine un'immagine di Santu e Berta, rispettivamente Capitano e DS dei Cosmos, immortalati a festeggiare  "La Maledetta di Berta", orrenda punizione tirata "tra pél e palàtt" che ha però permesso ai Cosmetici di vincere una scommessa pesantissima, celebrata poi nel corso del più classico delgi schiuma party di Ubersetto, festa cui venimmo tradotti da Baiso, altra rilevante figura del Calcetto & #wellness, cui spetta non solo il compito di indicare a noi scapestrati cosa succede in città, ma anche il difficilissimo ruolo di arbitro "legale" della competizione. Se c'è un problema che non sembra avere soluzione, ci si rifà all'Arbitrato del Baiso, lui ha tutte le risposte.
Ah, quasi dimenticavo. Al termine di ogni calcetto è abitudine andare alla cerca del miglior ristorante che serva gnocco fritto e crescentine, il tutto rigorosamente innaffiato da lambrusco gelato.


Che si fa? I tirabaralla?


Addio al celibato di Max c/o Lucca. Potrei scriverne tante cose ma peferisco reindirizzarvi QUI dove ho documentato con le immancabili pagelle quanto avvenuto nella stupenda città Toscana uno splendido weekend di Luglio. Non ho documentato proprio tutto, s'intende.
La foto principale è stata scattata da "Jessega, sei fantastega, il bicchiere mi riempi di vino, chissà come faresti un pompino!"


Pranzi & Cene


Pranzo del Viale o, come lo chiama l'Ile:"La sagra del quartiere di Zeman". Certe cose sono indescrivibilmente meravigliose e cariche di ricordi, è il pranzo del Viale, dove rivedo gli amici di infanzia, dove rivivo emozioni di cui ho solo labile memoria delle sensazioni, è una di queste: forse la migliore.
Classicissimo pranzo da Fonzo, ormai un happening stagionale dove succedono sempre le stesse cose, ma sono sempre divertenti. Luca non paga, Max suona, Mario si incazza con un qualche operatore telefonico, Berta si spacca a merda, Danny va via prima, Biorch dice che non viene poi cambia idea, Bomber mangia qualcosa come 150 salsicce anche e soprattutto se non sono previste dal menù, Fonzo ci mette la casa e nonostante questo viene bellamente preso per il culo e Gav s'ammala. Max Pezzali su una serie di argomenti così banali ci avrebbe potuto scrivere tutta una discografia.
Cena di Welcome Back di Santu: che trovate descritto QUI in lungo e in largo. 


Matrimonio di Max.

Buona parte delle foto di cui disponiamo sono state scattate da Luca. La cosa divertente è che, pur avendone messe anche a fuoco, ha pubblicato solo quelle sfocate, adducendo come scusante:”In una mano tenevo un cuba, nell’altra il cellullare e nel mentre ballavo: ho fatto il massimo!”.
















Dalla nota su fb che scrissi il giorno dopo, copincollo di seguito alcuni pareri spassionati al riguardo.

- Max. Voto 10. Ora puoi dire che almeno una volta nella tua vita ti sei vestito bene.
- La Messa. Voto 7 perché è durata così tanto che me ne viene in sconto una da abbuonare alla prossima occasione. Voto 3+ (e il più perché un più non si nega a nessuno) perché venticinque preghiere dei fedeli a me pa' chi fa aposta.
- La Willys. Voto 10 magna cum laude. La cosa più bella con ampio margine su tutto, anche perché in un mondo perfetto gireremmo tutti con una jeep militare.
- Sandro. Voto 9,5. Prezioso come solo le cose rare.
- Il complesso. I ragazzi del complesso sono stati bravissimi a montare tutto per noi, peccato che abbiano voluto suonare anche loro. La media fa 6.
- Fauna. Voto 8,5. Molte le ho sentite distintamente abbaiare.
- Mario. Voto 4. Epperò. Abbaiavano tutte intorno a te. Consiglio per la prossima volta. Come diceva Rocco (Nereo), tutto quel che se movi su l'erba: daghe.
- Fonzo. Voto 9: per presentarsi a un matrimonio con un mostro in faccia ci vuole veramente tanta incoscienza.
- DJ set/Miriam. Voto 8. Niente da dire però io non ne posso più di incontrare sempre un gay che mi vuole amare in ogni sagra in cui vado. Ho gli occhiali rosa ma sono eterosessuale.
- Buso. Voto 9,5 perché mio padre gli attaccato un gancio tale che se io abitassi a Fiorano andrei nelle urne col moschetto a intimare a tutti: VOTA BUSANI, perché, davvero, la pazienza è la prima virtù del buon Amministratore Comunale.
- Location. Voto 8. Credo non basti una vita per capire perché la Bassa, che è pari fino a perdita d'occhio, sia piena di curve che si restringono in strade sempre più piccole che poi per far manovra serve una benedizione dal cielo e, infine, si concludono nel campo di una villa colonica enorme, bellissima, che sarà la prima cosa che comprerò quando sarò grande. Poi se omologassero l'altezza dei gradini al passo di un cieco, cioè io, eviterei di intingere il muro bianco di vino rosso. Chiedo scusa
- Berta. Voto 9,5. Si presenta a Messa solo per il sì, con una Ceres nascosta nella coppola. Ho finito gli aggettivi per uno così.
- Chè & Benny. Voto 10, voi la partita l'avete vinta prima della cena.
- Quello che spillava le birre. Se per piacere mi fate avere le sue generalità provvedo a denunciarlo alle autorità preposte.
- I ricci di Ricchi. Voto 7,5. Luca, di te mi ricordo poco e niente, ma nelle 6 foto che ho visto sono in tutte con te, questa cosa fa ridere.
- Mulaz. Voto 8. Non avevo mai visto nessuno presentarsi ad un matrimonio con un cappello da contadino.
- Elisa. Voto 2. L'unica a dire che i miei occhiali facevano cagare.
- Frà Fontana. Voto 8,5. La prima a dire che addosso al George Clooney de noantri sta bene tutto, anche gli occhiali rosa.


Matrimonio di Biorch


Per quanto mi riguarda, la serata del Matrimonio di Biorch passerà alle cronache come "quella volta che ho dormito nell'armadio", perché così è andata a finire, tra lo stupore dell'Ile che, aveva assistito incredula a tutta la scena (ma che comunque non aveva impedito che succedesse), e l'ilarità degli amici non appena imparata
questa storia.
Tre foto per l'occasione. 
Foto a caso delle danze, robe che, come direbbe Checco:"...neanche Darwin ci capirebbe un cazzo".
Io e Fonzo in una scena di ballo sfrenato.
Max e Berta in occasione dell'addio al celibato di Borch, ossia chi "sull'altare" c'era andato un anno prima (Berta) e a chi sarebbe toccato andarci un mese più tardi (Max). 


Reunion VD


Divenuti ormai appuntamenti imprescindibili, i ritrovi di questa piccola fazione di VD sono eventi ad elevato tasso nostalgico dove tra un amarcord, una risata, uno sfottò, si fa il punto della situazione delle rispettive vite, nemmeno fosse un film tragicomico dell'Italia degli anni'80, ci si confronta, si sparla di qualche ex compagno, ci si interroga riguardo a quelli che non si vede più, si rimpiange chi è tanto tempo che non si incontra. Sono serate magiche, non mi stancherò mai di dirlo. Perchè sì, io ho tanti amici, ho avuto e ho tante compagnie, ho giocato per un mucchio di squadre, ho fatto due corsi universitari... insomma, posso dire di far parte (o aver fatto parte) di tanti gruppi di persone e/o di tante "band of brothers". Eppure è solo durante le reunions della VD che sento quella che Piero Pelù definirebbe come "energia chimica", e questa volta le droghe non c'entrano. Cinque anni al Liceo Scientifico Alessandro Tassoni ti lasciano qualcosa e inevitabilmente quel qualcosa riesci a condividerlo solo con chi era con te in quegli anni.
E poi le perle da conservare.
Preoccupandoci circa la spesa che avremmo dovuto sostenere al ristoranre:"Non dobbiamo pensarci. Siamo dottori, abbiamo l'obbligo morale di vivere al di sopra delle nostre possibilità" e, ancora, parlando di album e band musicali:"Belli, bravissimi, ma ascoltateli voi".


Me and... 


Episodi salienti che ritraggono me insieme a qualche amico.
Con Simo, Gianni, Gullo, Ché alla mega grigliata estiva del futuro sposo Kiki, serata allietata da Santu in versione Dj alla console. Per la cronaca, quella notte mi punse una zanzara di proprozioni bibliche, ed il gonfiore mi andò via circa due settimane più tardi.
Con Baiso alla festa di San Dalmazio, direttamente dall'Instagram del Noto Scrittore Emiliano. Da notare i simpaticissimi hashtgas. #genteallamoda #gentebelladappennino #coppiechescoppiano #coppiavincente #wilkinson #proraso #gillette #sessogratis #sbevazzoni #uominipoliticizzati #amicimiei
Con Berta a Marina di Massa, in una bella serata di inizio Agosto. Cena dalla Luisa con lui, la Mì, la Chiara, Davide e l'Ile e post alla ricerca del peggiore Karaoke di Marina dove cantare Devil Man e canzonacce di quel genere. Che noi gente di provincia siamo così, abbiamo lavori onorevoli, non possiamo lamentarci del nostro stipendio, la nostra vita di coppia funziona, però finiamo in baracchine scrause a fare karaoke.


Piani americani



Una volta Fonzo si lanciò in un'azzardata definizione cinematografica, classificando un determinato tipo di tfotografia come "piano americano". Non so dire se lo fosse o meno, ma per Gav non lo era affatto e da allora ogni immagine che non fosse un ovvio primo piano diventava, ovviamente, un "piano americano".
Di seguito una carrellata dei più curiosi di quest'anno.
Mario "alla pugna". Feudalesimo e Libertà hanno avuto un peso specifico incalcolabile nel corso di quest'anno.
Gav a casa sua dopo il lungo inverno. Rilevante il fatto che dieci minuti dopo allo scatto, l'aredamento e la disposizione dei mobili erano già mutati, perchè, come piace dire a me, andare da Gav è come andare ogni volta in una casa diversa, dato che cambia tutto. A proposito, sta sempre bene detto: noi ridiamo ma Gavioli è papà. Anzi, è arrivato Weah e Gavioli diventa papà.
Berta in versione Zaza. Avere le stigmate del bomber significa anche questo.
Cawa prima di commentare per Radio X una partita del Calcetto & #wellness. Ricordiamo che si tratta dell'unica rubrica seguita trasversalmente da tifosi, sportivi e non.


Kill all hippies


L'Ile in versione hippy alla Festa di Carnevale a Querciagrossa, da Romani.


L'accanito sbevazzone


Copincollando quanto scritto nel mio ultimo articolo, di modo da fregare gli algoritmi di Google search e concentrando tutti i cercatori sul mio blog, avete presente quel quadro appeso in tutte le case emiliane?
Non so se sia così, ma in base a ricerche condotte da Buso e Fonzo, credo si chiami "L'accanito sbevazzone", del maestro ultimo sommo impressionista Teomondo Scrofalo. È ovviamente un capolavoro che vorrei facesse capolino nella mia casa insieme a qualche quadro di Remo Resca. E che cazzo, non si può abitare a S.Antonio senza avere un quadro di Remo Resca. Comunque sia, tornando a noi e all'accanito sbevazzone: sono riuscito nell'impresa di realizzarne la versione 2.0.
  

Al tempo delle candele

Oggi il mio CTS mi ha detto della storica rivalità tra gli abitanti di Castelvetro e quelli di Levizzano. Mi ha raccontato che "al tempo delle candele", uno di Castelvetro entrò in un bar di Levizzano. Era tutto intabarrato e, come per nascondersi, s'abbasso il cappello sul volto. Tuttavia tutti continuarono a guardarlo di sottecchi con intenzioni malevole.


Vedendosela brutta, per impressionare tutti gli astanti del bar di Levizzano,  il tizio di Castelvetro spense tutte le candele del locale con le dita, fino a bruciarsele, poi tacciò tutti con un:"E mè a soun al piò trèst ed Castelveder"
.

Nessuna garanzia per nessuno - EX C.S.I. live

Che alla fine in Toscana è sempre bello andarci. 


Si prende base a Marina di Massa, si pranza dalla Luisa -rigorosamente pesce in quantità industriale e vino bianco come se dovessimo innaffiare tutta Partaccia-, si va a salutare la Natalina e Beppe (che non è mai così contento di vederci  perché può finire la grappa, che tanto la colpa ricadrà su di me senza che sua moglie gli dica niente), si fa tappa a Lucca dove si pasteggia a vino rosso e bruschette (al bar di "Jessega, sei fantastega, il bicchiere mi riempi di vino, chissà come faresti un pompino"), e poi si finisce a Livorno, in un posto a cà dal dievel off the beaten tracks, un freddo becco, un vento forza Milan che, toh, suonano i C.S.I, o meglio, gli EX C.S.I.

"Aba... come lava!"
Eccolo qui, il sodale Berta travestito da Federico Dragogna ed esposto alla furia degli elementi.

Il video che posto di seguito non si riferisce al concerto al The Cage di Livorno, quello cui, per intenderci, siamo stati noi. Non possiedo alcuna reliquia fotografica né nessun filmato perché il mio Samsung ha voltato i piedi all'uscio poco prima che iniziassero a suonare, con tanti saluti ad un'altra occasione che non so se mai ricapiterà, per cui tutto quello che posso raccontare si basa sui miei ricordi e le mie impressioni a caldo, che di seguito proverò ad elencare secondo un preciso ordine logico, ossia alla cazzo di cane.


Lunga attesa. Ma ci sta. D'altronde li aspetto dal 1997 per cui un'ora in più rispetto a quanto scritto sul biglietto non fa difetto, che magari tra un po' muoio e mi piacerebbe dire d'averli visti. Poi sì, è vero, nel 2006 alla Pietra di Bismantova avevo già assististo ad una sorta di reunion ma quella volta c'erano Ferretti, Canali e Maroccolo, mentre questa volta l'unico "assente giustificato", come dice Zamboni, è Giovanni Lindo. Ma va bene uguale, m'accontento anche degli Spin-off dei C.S.I..


Sindrome dei 32 anni. Sintomi: avvistare un divanetto, occuparlo bellamente come fossimo squatters e non schiodarci più di lì, difendendolo come fosse l'avamposto del Siam a Risiko. Poi il giorno dopo descrivere il tutto accompagnando la scrittura con un buon caffè al ginseng in tazza grande, alternato a Oettinger dell'Eurospin, per liberare quell'alacrità mentale che doni al racconto una maggiore vivacità.

Durante In viaggio, mi son tolto gli occhiali e mi sono asciugato le lacrime. Un altro tipo di sindrome rispetto a quella descritta poc'anzi, quella di Stendhal ma declinata in chiave musicale. "Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena, disposti a decollarsi per un passo inerte, più in là". Quel "più in là" mi ha sempre spaccato la testa. Un silenzio, una virgola, un poetico a capo:"più in là".

Forma e Sostanza, ovvero ricordare con precisione e dovizia di dettagli il vj Enrico Silvestrin che nel 1997 su Hitlist Italia spiega a tutti che:"Questo è un giorno da segnare sul calendario: al primo posto dei dischi più venduti in Italia ci sono i C.S.I. con Tabula Rasa Elettrificata". Ed io che fermai il cucchiaio della mia minestra a mezz'aria, guardando con stupore e compassione quello scappato di casa prestato alla vita di Giovanni Lindo Ferretti, chiedendo tra me e me:"Ma da dove arrivano questi? E come mai son primi in classifica?" Per la cronaca, la pasta si freddò, divenne tutto immangiabile ma la mia vità prese un altra direzione.

Come ha fatto notare Berta, i più giovani eravamo noi. 
Il concerto era ad elevato tasso nostalgico ed era pieno zeppo di rimastoni che filmavano il live con quelle piccole fotocamere digitali di una volta, i-phone o samsung erano off limits.

Cupe Vampe non è mai stata la mia canzone preferita dei C.S.I. ma dopo aver ascoltato la versione che hanno eseguito ieri sera, ho capito che forse è bene rimescolare il mazzo.

Ok che Canali sta simpatico a tutti, ha la faccia da vecchio bucaniere, fuma sul palco, bestemmia a uso ridere del pubblico, ma circa il perché si ostini a cantare, per me, francamente, rimane un mistero della fede. Irata, che è una delle mie favorite è stata vivisezionata e distrutta, porco diaz!  L'unica cosa buona che ha fatto è stato presentare la band:"Quattro vecchi di merda, una signora e uno sbarbo".

Superfluo dirlo, ma Ferretti è insostituibile. Zamboni non ha cantato Del mondo o Annarella, ha cantato l'assenza di Giovanni. Poi d'accordo Angelita Baraldi, frontman in pectore ha fatto l'unica cosa che potesse fare, ovvero il suo. Vestita come uno della Banda Bassotti e con capelli elettrici che implorano la vendetta di tutti i parrucchieri d'Italia, ha interpretato con rispetto ma a suo modo canzoni che sue non sono, che sentite cantare da una voce che non sia quella di Ferretti hanno tutto un altro sapore, ma del resto va benissimo così. È stato come vedere il Real Madrid senza CR7 o l'Atalanta senza CR77, ma è stato comunque un bel veder e un bel sentire.

Due note di estremo merito vanno assegnate alla Baraldi per come ha interpretato, cantato e urlato Emilia Paranoica e M'importa 'na sega, che non si sa mai. E ad essere emiliani c'è più gusto quando la si sente cantare da un intero pubblico di forestieri. Fa piacere che alziate le mani, che la sentiate vostre, ma non potete mai gridarla con la mia stessa voce, quella canzone descrive noi, non voi. Ve la prestiamo volentieri, ma rimane un nostro patrimonio.

Zamboni chiude con Buon anno, ragazzi, un'illustre sconosciuta che a me è sempre piaciuta molto. Sottolinea che non c'è più nessuna garanzia per nessuno. Può darsi ma mi accontento di ieri sera.

Nota di colore. Avete presente quel quadro appeso in tutte le case emiliane?
Non so se sia così, ma in base a ricerche condotte da Buso e Fonzo, credo si chiami "L'accanito sbevazzone" del maestro ultimo sommo impressionista Teomondo Scrofalo. È ovviamente un capolavoro che vorrei facesse capolino nella mia casa insieme a qualche quadro di Remo Resca. E che cazzo, non si può abitare a S.Antonio senza avere un quadro di Remo Resca. Comunque sia, tornando a noi e all'accanito sbevazzone: sono riuscito nell'impresa di realizzarne la versione 2.0.



L'oro non prende macchia - Fedele alla linea, Giovanni Lindo Ferretti

Suor Aurelia Strozzi disse:"Mal che vada ne faremo un cantante". 
Dev'essere andata male, ma molto male. 

La mia idea iniziale era quella di pubblicare un post su facebook inserendo il trailer del film e sbobinandone le migliori sequenze, tra cui, appunto, questa. Insomma, avrei comunque dovuto dirne qualcosa, parlarne, ma non avrei voluto spingermi oltre qualche suggestione: giusto un "questi sono i suoi gioielli...", tanto per rimanere in tema "...e, se vi va, potete approfondire". Avrei fatto come una bella donna che, nel fiore della sua gioventù e della sua grazia, agita la stanella dando a intravedere quello che a sé stessa non nasconde più da chissà quanto.



Non volevo cimentarmi in una recensione di genere in cui declamare cosa m'era piaciuto, cosa no, cosa avrei voluto vedere/sentire e cosa ritenevo superfluo. La rete è piena di critici, presunti o sedicenti tali, che parlano di tutto come se fossero musicisti, registi, fotografi o scrittori quando l'unica fortuna che hanno è avere una connessione internet: tutti personaggi che mi hanno bellamente rotto i coglioni e che usano paroloni imparati al liceo perché la gente di provincia è così.
Sfogo inutile, vero, ma ne avvertivo il bisogno specie perché di Ferretti ho troppe volte letto hipster, indie rockers di ‘sta beata minchia e affini, uscirsene con cagate di comodo o puttanate senza capo né coda.

Poi c'è da dire un'altra cosa. Un mestiere è parlare di un libro o di un album musicale, altra questione è vedere un film, partecipare ad un concerto o assistere ad uno spettacolo; in questi casi subentrano altre condizioni di giudizio, una cosa che a me piace definire, come scritto in diverse sedi: "la memoria delle sensazioni".
Si tratta di emozioni differenti, sono quelle che rimangono oltre lo stile o la tecnica, che vanno al di là del messaggio o dello scopo, sono quelle cose che colpiscono l'anima, disegnando un ricordo indelebile nel cuore e/o nella mente, commuovendo, facendo ridere o incazzare, lasciando a bocca aperta e costringendo a raccontare quello che si ha avuto la fortuna di apprezzare. Che, se uno ci pensa bene, è il vecchio concetto di "art for art's sake", perché l'unica vera arte è quella che non ha bisogno di spiegazioni.

Per cui, anche se mentre guardavo FEDELE ALLA LINEA ho riempito almeno sette pagine del mio taccuino del Canile di Pavullo, e anche se m'ero ripromesso di riguardarlo (il documentario, dico, non il taccuino) almeno altre quaranta volte nel giro delle successive ventiquattro ore, non voglio tradire quanto appena detto gettando le mie parole nel calderone di una recensione, ma preferisco lasciare qui alcuni commenti spassionati con una qualche postilla a margine, affinché le sensazioni che ho percepito non siano custodite solo dalla mia memoria, ma ne abbiano anche una scritta da poter condividere con chi le leggerà, o con me stesso qualora dovessi smarrirne il ricordo.



Laughin’n’jokin
Giovanni è spassosissimo quando parla della psicoterapeuta che gli affiancarono durante l'operazione per rimuovergli il tumore, il cui scopo era quello di convincerlo a smettere di fumare:"Era una persona di una così buona volontà e che diceva cose così giudiziose che ad un certo punto le ho detto:'o la smetti o ti strozzo'", concludendo che:"C'è un 25% di persone al mondo cui fumare fa bene", tesi supportata dal fatto che la sua broncoscopia, a detta dei medici, fosse la migliore che avessero mai visto. Del resto, come dice lui stesso:"Oh, ma io credo in Dio, voi nella vostra scienza, che problema c'è?"


Ma anche quando racconta dell'anziana nonna di Cerreto Alpi che lo andava a trovare a Reggio Emilia-città quand'era poco più di un ragazzino, lui che viveva in un posto a trecento metri dalle puttane e a trecento metri dai comunisti. "Mi diceva di non guardare le puttane, 'sono signore anche loro, non giudicare!' mentre era spaventata dai comunisti". Lungimirante!

Think ‘bout it
Le sequenze in cui parla della malattia sono magnetiche.
Ferretti e Iggy Pop si somigliano molto, e si somigliano perché entrambi, per aver vite infinite come nei videogiochi, sono scesi a patti con contractors di livello: Dio il primo, il Diavolo il secondo.
Tuttavia, se è vero che Iggy non ha mai avuto nemmeno un giradito o un colpo di tosse, Giovanni Lindo deve aver conosciuto tutti i medici della provincia di Reggio.
"Ferretti, lei ha un tumore di 12 centimetri" e lui, che avvertiva un malessere ma non sapeva dire da cosa derivasse né da dove provenisse, quasi fosse un male esterno, una sorta di maledizione, si sentì sollevato:"Ah beh, allora se è dentro possiamo pensare di toglierlo!", a voler dire che una volta circoscritto il male, il più fosse fatto.

E poi vado a braccio che non mi ricordo per filo e per segno, ma quando approfondisce i dettagli della malattia è incredibile, e "incredibile" è l'aggettivo giusto perché "non gli si può credere" mentre descrive la sua esperienza col sorriso sulla bocca, gli occhi sereni e come se stesse raccontando cosa aveva mangiato alla festa.
"La prima volta che sono entrato nel reparto di medicina nucleare sono rimasto sconvolto, ho pensato fosse l'unico tempio di questa città a parte le chiese, l'unico spazio religioso. La vita e la morte erano lì, davanti a me."

L'Appennino va benissimo finché vivi in pianura (è un eufemismo).
Una parte che mi è piaciuta da matti è quando indica un borgo abbandonato dell'Appennino Reggiano (credo) definendolo bellissimo e dicendo che il 90% delle persone che lo hanno lasciato sono andate in città, convinte di fare un passo verso il benessere.
"Vaglielo a dire che prima erano poveri ma liberi mentre ora sono poveri ma schiavi... Però è più facile".



Back to essentials
Tempo fa su fb ho letto lo status di una persona che raccontava di cosa significasse, ai giorni nostri, lavorare la terra o allevare le bestie, di che importanza e che valore avessero, e quali emozioni potessero trasmettere queste esperienze.
Avevo messo un "mi piace" perchè riconoscevo in quelle parole la più piena sincerità, ma fondamentalmente le avevo colte solo di striscio. Ebbene, quando ho visto nel documentario di Ferretti la scena del piccolo puledro a fianco della cavalla, non ho potuto far altro che guardarla ammirato, in silenzio e con un rispetto totale. Non ci ho capito un cazzo ma ho sentito tutto, e forse ce l'ho cavata ad avvicinarmi ai pensieri di quella persona.

Mio padre pensa che Giovanni Lindo Ferretti sia uno scappato di casa che veste alla zuava, mentre mia madre lo chiama Velindo FeRetti, rigorosamente con una sola R. Per quanto il comune abusare delle citazioni di Oscar Wilde le abbia rese alla stregua dei pensieri di FaVio Bolo, penso che una di queste -seppur ad addendi invertiti- gli stia bene come un vestito nuovo, ossia che "every sinner has a future, every saint has a past".

La mia morale è che Ferretti lo abbiano messo sul carrello dei bolliti più e più volte, ma con ogni cosa nuova che fa dimostra non solo che l'oro non prende macchia ma anche che ci sono persone che sanno ancora scaldare il cuore, per lo meno a me.
Hats off, Sirs.



Multe, una storia di pesi e misure

Oggi mio padre mi ha detto di aver preso una multa per aver superato il limite di velocità sull'Estense, all'altezza "degli Alpini", e di aver perso anche tre punti sulla patente.
Gli ho chiesto se fosse stordito:"Insomma, papà, lo sai che c'è!".
E lui:"Eh, ma sai, non è che uno possa sempre essere concentrato..."
"Ma che risposta è?", dico io.
"C'era un ape car, o un bagaglio simile, andava pianissimo e mi son lanciato!"
"Proprio dove c'è il fotoclic?" Perché lui lo chiama così:"Fotoclic", non chiedetemi perché.
"Sì, ma ti rendi conto che se io avessi fatto una cosa così a 18 anni sarebbe venuto giù il mondo? Quando mi hanno rigato la Cinquecento al Novisad sei riuscito a dar la colpa a me!"

Gli dico di andare a pagare subito la multa, così avrebbe potuto approfittare dello "sconto pronta cassa". E lui:"Eh... ho strappato la raccomandata della multa..."
Basito, replico:"Come l'hai strappata?"
"C'avevo la rabbia, l'ho strappata."

Raccontato tutto questo al mio Collega Tutto Speciale, il suo commento è stato:"Ha ragione tuo padre".
Ben augurante, non c'è che dire.





L'Avvocato a Fiorano


In vita mia raramente sono andato alle presentazioni di libri di autori che fossero più o meno conosciuti. 
A dir la verità ne conto solo due, due lampi nel buio. 
Uno: la presentazione di BELLA GENTE D'APPENNINO di Giovanni Lindo Ferretti, mica cazzi. 
E due: BLACK JESUS, ieri sera, appunto, opera di Federico Buffa.


Quando quest'estate Marco Busani  m'aveva confidato che forse Federico sarebbe stato a Fiorano, ho avuto almeno quattordici infarti uno via l'altro, quindi, dopo aver ripreso conoscenza, ho realizzato di aver un appuntamento col destino, ho capito che dal Teatro Astoria sarebbe passato uno di quei treni che si vedono una volta ogni mai, e che avrei dovuto assolutamente prendere, non solo perché Buffa, come ho già ripetutamente scritto, potrebbe parlare della qualità del tartufo, di paracadutismo acrobatico, di pesca di pescigatto, che cazzo ne so, che comunque lo ascolterei per giorni senza batter ciglio e con la mascella da cartone animato giapponese, ma anche perché avevo una "mission", ossia consegnare direttamente a lui, nient'altro che a lui, qualche articolo degli 11 Illustri Sconosciuti (uno mio e due di Santu) che se avessi dovuto sentire dei "no, fai schifo al cazzo, scrivi di merda", mi sarebbe interessato che lo avesse detto il numero uno, non lo scemo del villaggio. E immagino di parlare anche a nome del mio compagno di banco.

Benissimo, ora, dopo questo periodo ciceroniano, di quelli in cui non si trova il soggetto nemmeno se si va per esclusione, veniamo a noi.

Buffa ha parlato a ruota libera per dieci minuti, forse un'ora, magari due: nescio, la quantità del tempo percepito è stata la stessa. A volte è stato il suo sparring partner Mauro Bevacqua (personaggio che ricorderemo solo per la gag di aver bevuto da una bottiglietta d'acqua mentre veniva presentato; gag non voluta, tra l'altro) a rivolgergli qualche domanda, giusto per dargli il La e menar le danze, come se Federico ne avesse bisogno. In my humble opionin sarà sicuramente una delle spalle ideali di Buffa, al pari di Flavio Tranquillo o Alessandro Mamoli, e gli starà bene dividere le percentuali, economiche o meno, con lui, ma non è stato tipo da lasciare il segno, per lo meno non lo ha fatto ieri.
Dopodiché è stato il momento delle domande del pubblico. Se dicessi che non ne ho capita mezza, mi vorrei molto bene; diciamo pure che mi pareva comunicassero in una lingua a me non conosciuta. Comunque poco importava, perché qualsiasi fosse l'interrogativo dei ragazzi presenti, Buffa partiva con un soliloquio di maniera in cui intercettava il tema principale per poi imbattersi in percorsi laterali off the beaten tracks in cui declamava aneddoti, storie o leggende, con una maestria tale che limitarsi a dire:"Ha una bella dialettica" o "È sicuramente una persona interessante da ascoltare" significa non capire che si ha davanti un alieno che è capitato in questo pianeta per puro caso.

Avrei voluto fargli una domanda anche io, ma non ci sono stati né tempo né modo specie perché la sala, stracolma in ogni ordine e posto, era piena di invasati comparabili solo ai nerdz che vivono le proprie domeniche all'insegna dei cosplay o personaggi che presentano atteggiamenti riscontrabili solo negli stalker, che chiedevano a Federico come vedeva una certa squadra o se un'altra avrebbe potuto vincere l'anello e cose così. Va bene che lo spettacolo era gratis e che più gente sarebbe entrata più bestie si sarebbero viste, ma delle domande un po' più che di merda, no?
L'alieno? L'androide? Un "mezzo quattro"? Io ho capito solo quando Fede ha risposto parlando di "falsi nueve", per il resto, fosse dipeso da me avrei replicato a tutti con un classicissimo:"La domanda è malposta, forse tu volevi chiedere che ore sono."

QUI IL VIDEO CARICATO SU YOUTUBE DA "CONCRETAMENTE SASSUOLO".

Avrei voluto fargli una domanda anche io, dicevo, perché mi sono accorto che davvero in pochi sanno chi sia. Quando mi hanno chiesto chi sarei andato a vedere/chi ero stato ad ascoltare, molti m'hanno sorriso nel sentire pronunciare il cognome (suscitando in me un sentimento di pena infinita nei loro confronti), e mi hanno domandato chi fosse. Domanda inopportuna forse, ma purtroppo né scontata né banale. In una realtà come quella italiana in cui essere "bravo seppur di nicchia" diventa qualcosa di risibile o di estraneo, è paradossalmente normale non conoscere Federico Buffa. Tuttavia cercavo di dare una risposta, magari andando a caccia di paragoni coi quali identificarlo, accomunandolo a qualcuno:"assomiglia a...", "si rifa a...", "richiama quello..." ma era molto più facile trovare chi facesse il verso o si ispirasse a lui. Come dire che è l'unico della sua specie. 
E se uno così non lo riesci a descrivere, lo puoi solo scoprire di volta in volta ma comunque non ne trovi la coda, ebbene la mia domanda sarebbe stata:"Ma tu, Federico, dove diavolo peschi le tue fonti? Il tuo modo di raccontare, di favoleggiare, di narrare da dove partono?". 
Mi pare infatti che per lui ogni bacino di cultura (o meglio sarebbe dire:"di scoperta") sia attingibile, sembra che spazi dalla parruchiera di paese ad un tomo consunto di filosofia. 
Due esempi su tutti. 
Nella puntata di Characters su Dirk Novitski, se ne esce con un termine -per i miei crismi di piacere- assolutamente memorabile, di quelli che oltretutto hanno il non modesto merito di riempire la bocca: "Sculaccianguille". Invece in quella sulla punizione di Rivelino contro lo Zaire tira in ballo il concetto di "Patafisica"

Inserire un concetto semplice in un discorso profondo (vedi il primo caso) ed un'idea filosofica in un contesto -solo apparentemente- frivolo (vedi il secondo), non è mestiere da tutti, è roba sopraffina, è un talento con cui nasci, ma che devi coltivare.

Episodi salienti da segnare a referto.
  • Teatro stipato di figa. Se fossi stato lì ancora un po' forse mi sarebbe venuta voglia di scopare il mio amico Chè, se non altro perché ha i capelli lunghi e lì dentro era uno dei pochi più bassi di me.
  • Federico Buffa s'è reso protagonista di un simpatico sketch con un tizio che indossava la maglia di Tupac facendo intendere che gli garbasse: dimostrazione che nessuno è perfetto e che è sempre vero quello che dice my good friend Chicco:"Bellissimo, bravissimo, ma ascoltatelo voi."
  • Aneddoto relativo a non-mi-ricordo-chi:"È di un'ignoranza sensazionale: è talmente forte in copertura che difende col rosario in mano." Ironia becera di Marchio:"Credo parlasse di Pessotto".
  • C'era un sacco di gente con i cappellini da rapper in testa:  l'homo sapiens sta fallendo.
  • Ho fatto una fila di circa tre anni luce prima di trovarmi a tu per tu con l'Avvocato: ragazzi, capisco che "all'uomo vero ci puzza la minchia", ma non litigate sempre coi deodoranti.
  • "Vedo molte cose, leggo molto: i vantaggi di non aver un cazzo da fare nella vita". L'umiltà prima di tutto, grande Fede!
  • Tu che indossi la maglia dei Velvet Undergorund e manco conosci Heroin: mazet.
  • Imbeccata magistrale di Bevacqua quando racconta di Thohir che ha regalato ad Iverson la maglia dell'Inter con il numero 3. Commento di Buffa (per chi non lo sapesse, milanista sfegatato): what the fuck...etti? 
  • L'aneddoto su Jason Kidd (ammesso e non concesso che io abbia seguito attentamente) valeva il prezzo del biglietto, se un biglietto da pagare ci fosse stato.
  • Federico che ad una certa dice:"Le ultime due domande e poi basta, sennò noi andiamo avanti fino alle quattro del mattino e, vi assicuro, non è bello. Lasciamo un po' di tempo per socializzare"

Preso alla lettera questo ultimo punto, alla fine mi sono messo in fila per consegnare gli scritti miei e di Santu a Buffa.


Sono stato più tempo part of the queue lì che tutte le volte che ho aspettato che il mio relatore della tesi mi facesse entrare. Fortuna che avevo pisciato.
A quattro persone dal raggiungimento dell'obiettivo mi son detto:"Vabbè, adesso volto gallone e me ne vado, non c'ho i maroni di incontrarlo".
A due persone di distanza hanno cominciato a tremarmi le mani e armeggiavo gli occhiali come Hitler nel film "La caduta", ho cercato di impugnare il cellulare ma mi è caduto.
Arrivato dinnanzi, Buso ci si è fatto contro e ha detto:"Ce l'hai fatta, Zeman!" e poi mi ha introdotto: "Federico, questo è Zeman, fa delle robe molto interessanti!"
"Zeman?"
"Ciao Fede, posso lasciarti due righe?"
"Ma certo!"
Mi ha firmato il libro, comprato (per la cronaca è il secondo che compro...) solo per non arrivare davanti a lui a mani vuote e:"Ancora complimenti... ciao..."

Me ne sono andato con il groppo in gola, con il cuore che batteva a mille e non ho trovato nemmeno qualcuna da far ballare per tutta la notte. 
Non ho avuto il coraggio di dirgli null'altro, non ho fatto foto-ricordo, niente di niente.
Col senno di poi (ma del senno di poi son piene le fosse e molti bar qui intorno), avrei potuto scambiare due chiacchiere, spiegargli cosa gli stavo consegnando, come mai fossi di lì, avrei potuto fargli la mia domanda, dirgli che per me quello era stato un appuntamento che per nulla al mondo avrei potuto schivare, il "mio" treno da prendere. In realtà la mia espressione era quella della vacca che lo guardava, il treno.

Ho voluto scrivere il mio resoconto della serata perché certe cose vanno ricordate nel dettaglio e il tempo, si sa, sarà anche un galantuomo, ma quando cancella i ricordi brutti, nel mucchio ci butta anche i belli e cancella pure quelli. Non mi sarei potuto permettere di smarrire queste memorie, non solo per le emozioni che spero di aver pienamente tradotto in parole, ma anche perché Federico Buffa ha smentito in toto uno dei migliori versi di Ferretti, ossia "Non fare di me un idolo, mi brucerò" perché per più di un'ora ha socializzato (come dice lui) con tutti i presenti, con una gentilezza ammirevole, quasi non fosse il miglior giornalista sportivo del Belpaese ed il miglior storyteller vivente italiano: il Giouan Brera dei nostri tempi. Mi è sol dispiaciuto non essermi esposto di più, di non avergli detto qualcosa di meno scontato, e sia sembrato solamente quello andato lì per chiedere un favore, il classico italiano medio di merda.

Non so se Buffa leggerà mai questo mio articolo; qualora dovesse capitare, gli vorrei sol dire una cosa: "Scusa se non stato il massimo della loquacità quando ci siamo incontrati, ma grazie per la fantastica serata, era da tanto che non provavo emozioni così forti".
Al di là della caratura giornalistica (non mi stancherò mai di dirlo: UNICA) e della levatura intellettuale, una persona magnifica, un vero e proprio signore.

PS Come ha detto il Fon Mamba:"Zeman, se diventi famoso per avergli dato gli articoli, ricordati che devi fare come Buffa ha detto che fa Allen Iverson: 'Dove mangio, mangian tutti', per cui ricordati degli amici, che dove mangerai tu, mangeremo tutti noi".
E tutto ciò ovviamente vale anche per Santu, non che paghi solo io!

Per la cronaca, questi sono gli articoli che gli ho consegnato.
LARGO AL FACTOTUM (di Santu);
IO MI RICORDO: ENZO FRANCESCOLI (di Santu);
HELLO FRITZ, FANCY A CUP OF TEA (mio).


Come direbbe Buffa: stay tuned.

Tigelline con il pesto montanaro, un problema di figure retoriche

Di seguito riporto il testo di una missiva inviata ad un giornale di viaggi e turismo cui sono abbonato.
In questo post ho aggiunto qualche foto altrimenti sarei stato troppo pesante e la Miriam non si sarebbe degnata di leggermi. Colgo l'occasione per dedicarlo agli amici del Calcetto & #wellness, coi quali ogni giovedì è abitudine andare alla cerca del miglior ristorante che serva gnocco fritto e crescentine, il tutto rigorosamente innaffiato da lambrusco gelato.


E mi cambierò nome ora che i nomi non valgono niente,
non funzionano più da quando non funziona più la gente.


Sant'Antonio di Pavullo n/F, 12/10/13

Oggetto: TIGELLINE CON IL PESTO MONTANARO, UN PROBLEMA DI FIGURE RETORICHE

Salve.

premetto d'essere un Vostro abbonato e di seguire con vivo interesse gli articoli, che ritengo essere scritti magistralmente ed essere accompagnati da immagini davvero suggestive. Dedico grande attenzione anche ai suggerimenti riguardo a locande dove poter soggiornare e/o mangiare perché mi piace viaggiare e sono molto attento alle tradizioni culinarie di altre regioni. Alcune volte ho seguito i Vostri consigli e altre volte mi è capitato di veder menzionati nomi di ristoranti o alloggi in cui ero capitato e dei quali non potevo che parlar bene, ad ulteriore riprova della bontà delle Vostre indicazioni.

Ebbene, sono costretto, mio malgrado, ad intervenire con un claim ufficiale per puntualizzare una questione rispetto alla quale Vi trovo in difetto. Mi riferisco all'articolo riguardante il Parco del Frignano; nel dettaglio: pagina 102 dell'ultimo numero (quello di Ottobre 2013) , ove, nel trafiletto intitolato “I buoni sapori del forno” parlate delle "crescentine" e delle "tigelle".

Sono modenese, originario di Maranello, ma residente a Pavullo nel Frignano, quindi parlo con cognizione di causa della questione in oggetto, e mi sento in dovere di correggerVi riguardo alla corretta definizione delle sopraccitate specialità locali. 
Viene da Voi scritto che "le crescentine sono fritte nello strutto, sono da farcire con salumi e quando non sono fritte si chiamano tigelle, dal nome dello strumento di cottura, un tempo di terracotta". Oltre a questo caravanserraglio di inesattezze, aggiungete un carico da undici parlando di “pesto” a base di lardo macinato, come possibile condimento delle stesse. 
Io mi sforzo di interpretare tante cose, dai miracoli di San Gennaro alle parole di Renzo Bossi, ma qui siamo davvero in un'altra dimensione.
Ma andiamo con ordine e insieme cerchiamo di capire da che parte gira il fumo.

Citando fonti super partes che non siano gli anziani nostrani, o “il sentito dire" dei bar di paese, bensì tirando in ballo quella che spero riteniate una fonte di cui poter condividere comunemente l'autorevolezza, ossia Wikipedia, ecco la definizione di “Crescentina”:”La crescenta o crescentina (nella forma plurale crescenti o crescentine) è un tipo di pane caratteristico dell'appennino modenese, altresì conosciuta, ma erroneamente, con il nome di tigella... Le crescentine modenesi si preparano a partire da un impasto di acqua, di grano tenero e lievito di birra, da cui si formano palline o dischi del diametro di 6-10 cm”.


Quello che Voi, nell'articolo incriminato, chiamate “Crescentina” è in realtà “IL gnocco fritto” e, si badi, non va utilizzato l'articolo determinativo “LO” come l'Accademia della Crusca o anche solo un qualsiasi sussidiario di grammatica potrebbero suggerire, ma va assolutamente usato l'articolo determinativo principe, ossia "IL". E questo perché vanno tassativamente rispettate i diktat linguistici imposti dalla trasposizione delle parole dal dialetto all'italiano che non staremo qui ad indagare e che Vi chiedo di accettare come dogma imposto.

IL gnocco fritto è un impasto di farina, sale, strutto e lievito. Al termine della lievitazione, la pasta viene divisa in piccoli rombi che vengono fritti nello strutto bollente e a volte anche nell'olio, ma è bene precisare come questa pietanza nasca nello strutto poiché si tratta di un tipico mangiare povero, ed è ovvio che le famiglie di una volta, quelle meno abbienti, non avendo l'olio nemmeno per le lampade, difficilmente ne disponevano per cucinare. È una specialità diffusa in tutte le province emiliane, in particolar modo però a Modena, Bologna e Reggio Emilia.


Dalle parti di Bologna, e questo significa essere ben oltre i confini del Frignano, il quale rimane in territorio esclusivamente modenese, lo chiamano erroneamente “crescentina fritta”, e questo è un abominio linguistico, filologico ed etimologico inaccettabile
IL gnocco fritto trova le sue radici nella pianura modenese e solo in un secondo tempo è stato esportato in montagna, nel Frignano e nelle province limitrofe. Tuttavia, come è vero che i ristoratori frignanesi nonché le rezdore del posto ne hanno conservato l'esatta definizione, da altre parti il nome è stato cambiato, e a Bologna è stato completamente confuso con quello di "crescentina" che, come abbiamo appurato, è altra cosa. A onor del vero, anche in alcuni paesi del Frignano, quelli che più risentono delle influenze felsinee (e che, a parer mio, dovrebbero quindi farsi un bell'esamino di coscienza), tendono a chiamarlo “crescentina o crescenta fritta”, ma non siamo qui per salvare tutte le anime dannate che “perdonali Padre perché non sanno quello che fanno”, né per mettere cerotti su gambe di legno, per cui sorvoliamo e riconosciamo nel fatto che almeno abbiano messo il suffisso "fritta" dopo "crescentina" un segno di buona volontà.


Spiegata questa differenza, una diatriba squisitamente modenese è invece legata alla differenza tra "crescentina" e "tigella"; infatti, per un caso di metonimia (nella fattispecie che siamo qui a dibattere, trattasi di figura retorica che si manifesta quando si utilizza il nome del contenitore per il contenuto), di contro a quanto fecero i locandieri che importarono il gnocco fritto, quelli della pianura, dopo aver conosciuto e apprezzato la specialità frignanese della "crescentina", la importarono nei propri paesi ma non capendo una mazza ne sbagliarono il nome, usando quello di "tigella", il quale è poi entrato nel gergo comune, prendendo deciso sopravvento in forza, è facile pensare, di un maggiore bacino di clientela a disposizione cui lo spartito era stato consegnato fuori tono.



Vuole dire: normale che qualora un ristorante di Modena città proponga “tigelle”, sia più facile che un maggior numero di persone le chiami così e non sappia nemmeno cosa siano le “crescentine” di Pavullo o del Frignano. Per la cronaca, non sono nemmeno insoliti i casi di ristoratori montanari “costretti” a sbagliare apposta il nome delle "crescentine", temendo di perdere potenziali clienti che non leggendo il nome “tigelle” chiedessero sbigottiti, se facessero anche quelle e se sì, che differenza ci fosse tra le due specialità.
I più bontemponi dei ristoratori erano, in questo caso, soliti rispondere:”Posso portarvi delle tigelle, ma non credo riusciate a mangiarle”, facendo loro intendere che le tigelle, quale strumento di cottura di terracotta, non fossero così facilmente digeribili.



Vero è anche che sono ultimamente sorti in pianura (ne ho visti a Modena o a Sassuolo) locali chiamati crescenterie, che cercano di ristabilire le corrette gerarchie linguistiche del caso, e le cui crescenti sono davvero buone, ideali per uno spuntino veloce in pausa pranzo, take away serale, o fame da carogna.


Tirando quindi le fila del discorso e impartendo una morale da ricordare come le proprie generalità, decreto il seguente verdetto.
La tigella è lo strumento di cottura della crescentina che è un piccolo disco di pasta da condire non solo con salumi, lardo & parmigiano ma anche con umido di salsiccia o di funghi, ed è cosa diversa dal gnocco fritto. E per chiarire al meglio il concetto, occorrerebbe accompagnare con una bestemmia di quelle che fanno tremare l'aria, bere un bicchiere di lambrusco e poi sbatterlo sul tavolo con sguardo di sfida verso chiunque abbia qualcosa da dire, ma capisco che questa non sia la miglior sede in cui farlo.

Sono quasi alla fine, ma prima un ultimo spin-off sulla questione del pesto.
Il "pesto" di cui parlate è un trito di lardo, rosmarino, aglio, sale e a volte pancetta, ma nessuno se non i villeggianti estivi che vengono dalla città o i turisti della festa lo chiamano “pesto”. Con una sineddoche, figura retorica mediante la quale una parte definisce il tutto, il trito da Voi è menzionato è chiamato comunemente “lardo”. Nessuna persona normodotata chiede all'oste o alla nonna il pesto, si chiede "il lardo", punto e a capo.

















Prima di concludere questa enciclica, vorrei sciorinare altre curiosità degne di “Non tutti sanno che”. In un bar di Castelnuovo di Garfagnana, i cui orari di lavoro rimangono un mistero della fede per gli stessi gestori per cui non mi sento di consigliarne la visita perché difficilmente trovereste aperto, mi è capitato di assaggiare una squisitezza locale, da loro ribattezzata “Pasta fritta”, che però ho trovato solo in quella specie di take-away. La Garfagnana, saltata agli onori della cronaca per le leggere scosse di terremoto di qualche mese fa, è una subregione storica della Toscana, appartenente alla provincia di Lucca e che condivide con il Frignano il confine appenninico. Non è quindi un'eresia credere che anche da quelle parti abbiano importato dai vicini frignanesi IL gnocco fritto, sebbene in una variante molto più unta e, come si dice da queste parti, “ciunta” e bisunta, il che non è per forza un male, ma solo se credete che il colesterolo sia un'invenzione dei media che non intacca i valori della circolazione e, dopo averne mangiato tutti, ci si dedichi ad un corsa di dieci chilometri in salita per smaltire.

So d'essere stato lungo, ma sappiate che ho scritto tutto in maniera davvero accorata e sentita, con il chiaro intento di riportare ordine in questa baruffa di parole lanciate a caso come se i nomi non vantassero storie e tradizioni da rispettare. Ho posto grande attenzione alle figure retoriche perché sì, hanno grande importanza nella questione testé discussa, anzi, forse sono tutto.

For your consideration e con immutata stima, porgo cordiali saluti.
Simone Ferrari


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