Upnea - La nostalgia del Livello Zero

Strano che l’idea di intitolare così una canzone, “Upnea”, non sia venuta ai Verdena, l’avrei vista e sentita molto nelle loro corde ma soprattutto nei loro accordi. È invece venuta a me molto tempo fa, ha decantato sotto traccia nei miei taccuini e, fedele al suo stesso etimo, s’è affacciata all’improvviso dalla profondità in cui si era nascosta, e di profondità me ne ha mostrata un’altra, ossia quella delle idee elaborate (o de “i pensieri che mi sono frullati in testa”, come li definirebbe molto più prosaicamente uno dei miei best men) in questi ultimi mesi.
Upnea è un nome che suona bene perché è proprio così che mi sento, in un limbo a mezza via tra un'apnea obbligata e un'istintiva spinta verso l'alto, parola, quest'ultima, che in inglese -non c'è nemmeno bisogno di scriverlo- potrebbe essere resa con "Up". Ed è proprio così che ho voluto intitolare l'articolo, con questa impropria "crasi", la cui interpretazione è molto più ermetica della combinazione di termini da cui è formata, e a questo aggiungervi una doverosa intestazione:"La nostalgia del Livello Zero".

Al lavoro qualcuno mi ha giudicato sistematico/maniacale come John Nash, lo studioso americano dietro a "Il dilemma del prigioniero".
Mi ha colpito il paragone e mi ha spaventato associare il nome della più famosa teoria dei giochi al senso, seppur diverso, di questo post.

L'impiego quotidiano, l'incessante squillare del telefono, i pop-up delle mail, i reminders del calendario di outlook, le scadenze di un'agenda così fitta ("fullata", pardon) che manco la lavagna di Russel Crowe in "A Beautiful Mind", le soft confirmations e i prior engagements, le riunioni, le conference calls, così come gli impegni extra-lavorativi che non possono essere prorogati sono l'apnea, la totale mancanza di respiro.
Dall'altra parte, il tentativo di resistere, la volontà di emergere in contrapposizione alla forza che trascina verso il fondo sono il suono della mia bimba che ride (che se la felicità facesse rumore sarebbe quello), le gite fuori porta con tutta la famiglia, i pranzi e le cene con gli amici, i concerti, leggere libri, mantenere in vita rapporti epistolari e telefonici, ascoltare nuova musica, riscoprirne di vecchia che non ha preso macchia perché d'oro.

Per la serie "Old but gold", canzone azzeccata sotto ogni punto di vista.
1) Perché è ritrovare qualcosa che, mea maxima culpa, non ho mai cagato abbastanza.
2) Perché essere "outshined", come cercherò di spiegare nelle sottostanti righe, è stato l'obiettivo che mi sono prefissato negli ultimi mesi.

3) Perché quando Chris Cornella canta "I can't get any lower, still I feel I'm sinking" spiega meglio di come potrei fare io tutto quello che ho in animo e in mente di riportare.

Tuttavia di queste cose ho già scritto e non voglio stare a ripetere di come nel setaccio rimanga sempre meno o di come si direbbe in dialetto:"la va mél e po' la cràss".
È un altro il tema che voglio indagare, quella che il Moro nel suo splendido testo di "Adesso" degli Iræquiete, chiamava "la nostalgia della superficie, del Livello Zero".

Esistono infatti un momento e uno spazio in cui è ancora possibile respirare a pieni polmoni, e non limitarsi a "trattenere l'aria di un respiro fa" (sempre riprendendo un verso del sopraccitato pezzo di Bonetti), una superficie di vita in cui riconquistare il controllo di sé, le cui coordinate vanno individuate esattamente tra l'oscurità che si sperimenta in apnea e la luce che si intravede risalendo verso l'alto. E non è galleggiare, è molto di più, che come disse una mia ex-collega prima di lasciarmi mestiere e responsabilità:"O nuoti o anneghi", ed era un discorso che valeva per il lavoro ma che si sarebbe potuto applicare ad ogni ambito della vita e che ora più che mai mi rimbomba in testa, esattamente come "il rumore ovattato dell'acqua intorno a me", quella da cui faccio sempre più fatica ad affiorare.

Uscendo di metafora e ritornando su parole intercorse via filo tra me e il mio best man di cui sopra, sono le casse di risonanza a colmare le misure, il logorio dei viaggi in macchina per andare a/tornare dal lavoro, le distanze fisiche o mentali obbligate, i percorsi forzati che altro non fanno se non alimentare i dubbi e gli interrogativi di tutti i giorni.
L'apnea è proprio questo.


Ziria

Portami ovunque, portami al mare.

Ad inizio Marzo del 2017 insieme a donna Ilenia e alla piccola Benedetta eravamo stati in Riviera, approfittando del clima che, pur saldato all'inverno, cominciava ad essere più clemente. Per dirla con J.R.R. Tolkien: "Primavera nell'aria ma non ancora sugli alberi".
C'era piaciuto molto staccare e stabilire che fosse venuto il tempo del disgelo e del mettersi alle spalle il buio avanti sera (si legga, eventualmente, il relativo articolo "Intercapedine"), e abbiamo voluto replicare anche quest'anno, trovando ancora una volta rifugio nel nostro pied-à-terre cervese.

È sempre bello tornare in Romagna, rivedere il mare, correre sulla spiaggia di prima mattina,  godere degli slarghi, camminare lungo le vie del paese, attardarsi nel guardare le vetrine dei negozi, fermarsi in un bar per un caffè, mangiare piada e pesce, finanche spingersi un po' più in là e riappropriarsi delle piazze delle città d'arte e delle mete turistiche, come Rimini o Cattolica.

Eccone un altro che invecchia male come me ma spiega molto bene la situazione: la musica è troppo forte, non si riesce a parlare.

Questo di Cervia (o "Ziria", nel dialetto locale) è solo un esempio ma è molto più che puntuale rispetto al contrasto che sto cercando di descrivere. Infatti, quando il timore nella vita reale è perdere la trebisonda, diventa cruciale ricordarsi che è il tono a far la musica di quella residua che ci rimane da ballare. Voglio infatti dire che se l'Estense o la Pedemontana sono i corridoi che portano alle celle delle nostre prigioni private, i caselli delle autostrade direzione mare sono il salvacondotto per tornare in superficie, per tirare fiato e riguadagnare quantomeno il Livello Zero, cercare l'Up che faccia da prefisso all'(ap)nea.

Interrompere la routine è terapeutico, lo è cambiare il ritmo delle cose.


Gathering my thoughts

Non so se sia venuto il momento di parlare apertamente di crisi di mezza età.
Oddio, sono sempre stato abbastanza precoce nell'invecchiare, per cui forse ho tutto il credito per poterlo fare ma ho come l'impressione che adesso stia solamente correndo il rischio di dare al termometro la colpa della febbre.
È altro, si parla e parlo di qualcos'altro, forse più che di crisi di mezza età è piuttosto una crisi dell'età di mezzo, di un età imprecisa e inadeguata per tutti quegli eventi che non sono catalogabili sotto una voce simile a quella sopraccitata di Ziria, luoghi e momenti per cui sento d'essere fuori dal tempo, che una volta avrei forse visto come salvagenti o scialuppe di salvataggio ma che invece ora si sono trasformati in spunti per approfondire sempre di più i miei stati d'animo e questo corrosivo senso di apnea.

Un video della mia infanzia

Mi sovviene in mente Billy Wright, chimerico Capitano del Wolverhampton, quando ebbe a dire a proposito -potrei però sbagliarmi- di Pelè, di sentirsi rispetto a lui come il pompiere che arriva tardi all'incendio e non arriva nemmeno a quello giusto.

Nella vita occorre sempre un punto di riferimento calcistico

Le sensazioni che provo io sono molto simili, solo che le mie non iniziano né finiscono in un campo di calcio. ma hanno ripercussioni più gravi, non dico alternative tra il valium e l'ospedalizzazione, ma impongono prese di coscienza e consapevolezze più profonde. Se da un lato tutto appare più challenging e più consuming, dall'altro il discorso va forse ridotto alla accettazione che ogni frutto abbia la propria stagione, con annessi, connessi e doverose prese d'atto.
Volendo semplificare la questione, posso provare a fare un elenco puntato e poi entrare nel dettaglio:

1) Per certe cose sono fuori tempo massimo. #cosmotronic
2) In alcuni contesti posso ancora barcamenarmi. #liam
3) Tocca vestire abiti che non mi riesco ancora a sentire cuciti addosso. #annovi


Frammenti di Cosmo

Al dottore, sparate al dottore.

Per quanto segua Jacopo Bianchi, in arte "Cosmo", da tempi non sospetti, e nonostante Sky Arte ne abbia collazionato uno speciale ad hoc, certificando si tratti di un fenomeno adatto alle masse e quindi ultra/infra-generazionale, io al Link mi son sentito spaesato come Luigi Di Mail all'esame di Diritto Costituzionale.
Al netto del fatto che a Bologna ci si dovrebbe andare un po' più spesso (anche perché è a mezzora da Pavullo, a differenza di Maranello, che da Maranello ci vuole un'ora e mezzo andare a Bologna. E poi la Casona è a mezzora da Pavullo, ma la Casona -anche se è a mezzora da Bologna- è attaccata a Bologna, anche perché dalla Casona a Bologna non ci sono autovelox, altrimenti come farebbero ad esserci solo trenta minuti da Pavullo a Bologna?), andare a sentire qualcuno che suona nel capoluogo felsineo è, di base, sempre fonte di grandi ispirazioni.

  • Bambini abusivi che per cinque euro contrattano parcheggi custoditi per tutta la notte.
  • I robbosi fuori sede che veliac a convincerli che le Peroni hanno il male dentro, che sono velenose, che non fanno scopare, non sono affatto elementi qualificanti, così come non la è la boccia di vino rosso comprata dal Pakistano... cazzo, se solo vi imborghesiste qb per entrare in un supermercato e scoprire che con meno di 90 centesimi potete acquistare bevande potabili, vi giuro che il vostro essere alternativi migliorerebbe in qualità non dico della vita ma del post-sbronza sì. 
  • Era un po' che non vedevo le ragazze cercare di pisciare nel bagno degli uomini.
  • Certe balconate, di sicuro quelle del Link, stanno su unicamente con una preghiera.

Tuttavia mi son sentito il capo dei vecchi di merda.
Come faccio a spiegare che aver assistito a questo concerto può avere lo stesso significato di aver visto i CCCP al Tuwat nel 1988? E poi, più che altro, a chi lo spiego? A qualcuno della mia età, ossia un vdm come me?
Come faccio a spiegare che sì, bellissimi i momenti in cui canta, ma anche quando aziona le macchine ci sarebbe da parlarne? E anche qui, a chi lo vado a dire? A chi è lì per sbaglio, per ascoltare live "La mia città"? Perché sentire alla radio un sibillino ma decontestualizzato "ti vengo dentro" l'ha fatto/a sentire teenage riot?
Per piaser.
La verità è che io all'evento #cosmotronic, pur sapendo starci bene, pur giostrando alla perfezione la questione lasciare la giacca in macchina/pagare il guardaroba, nonostante un freddo becco, i tokenz e la tempestiva scelta dei momenti per andare a pisciare senza trovare fila in tangenziale, non c'entravo niente.


Our Kid


Profondo Veneto.

Il concerto di Liam Gallagher è uno di quelli in cui puoi permetterti di fare tutte le "vecchiate" che ti pare: sono i ragazzini più giovani che devono guardarti con ammirazione, studiare Berta come fosse un Carlettomazzone della musica (insomma, uno che ne ha viste tante) quando, sulle note di "Be Here Now", si gira e mi fa:"Zeman, vent'anni che non la sentivo live", perché essere stati nel lontano 1998 a un live degli Oasis ed essere qui ora è una cosa che ti dà anche diritto di veto alle assemblee delle Nazioni Unite.


Alberto Cornia, grazie sempre.

Un'ora e un quarto: tanto è durato il concerto di Liam ed è costato quaranta euro. Come ha detto il massimo esperto di pizze:"Gli ne avrei dati altri quaranta". Pure io, non solo perché mi ha fatto sentire "in tempo", ma anche considerando il bel pomeriggio trascorso a Padova con Tommy e Berta, e poi il surreale ritorno a casa, smarriti in una zona X di Bologna, tra autogrill deserti, macchine spargisale ovunque e un'interminabile fila di camion fermi sulla corsia opposta alla nostra.

Feeling supersonic

Uno scenario apocalittico, conseguenza di una settimana che definirei mitologica, l'ultima di Febbraio, quella del gelicidio, del blocco dei camion e della super neve. E non penso sia stato un caso, per lo meno non penso sia stato un caso per me che questi tre fattori si siano ripetuti nella mia vita, a distanza di anni, proprio quando ho avvertito sentimenti che credevo sopiti ma che hanno solo cambiato forma, e che sono cresciuti come me, insieme a me.
Tuttavia su questo tornerò più avanti e con dovizia di particolari.


Here we are again

Annovi, trascuro il nome di battesimo, è stato uno dei primi responsabili che abbia mai avuto.
Era solo uno stage universitario presso una struttura pubblica del Distretto Ceramico, e non furono più di due mesi, ma la sua figura, molto più di quelle delle persone che mi seguivano direttamente, mi è sempre rimasta in testa. E più ci penso, più mi meraviglio di quanto.
Tanto per capirci: è da lui che ho sentito l'uso del gergale sbabbelare, parola che ora, con orgoglio e contentezza sento ripetere da molti miei amici.

What you see for remember
Remember what you see

Era un uomo sulla quarantina scarsa, una specie di Renzi ante-litteram, camicia bianca senza cravatta, qualche chilo in più ma contenuto, capello ordinario, viso pulito e piacente. Parlava poco ma quando lo faceva c'era da pigliare appunti.
Qualche volta ci scambiavano due chiacchiere fuori dagli uffici, durante le pause-sigarette, per lo più su argomenti circostanziali.
Ebbene, ricordo che una mattina diversa dalle altre mi guardò attentamente e, con ghigno sornione ma senza immaginare che la sera prima avessi avuto una cena ribalda con la squadra di calcio, mi chiese:"Magnè e bù trop, eh?". Capii di avere davanti qualcuno che non potevo cercare di fregare, qualcuno con cui non avrei potuto ricorrere a scuse perché lui, quelle che conoscevo io, le aveva già usate tutte. Forse in un'altra vita, certo, ma facevano grado e m'imponevano di stare sull'attenti.
Le poche volte che mi capitava in mano qualcosa scritto di suo pugno lo leggevo e lo investigavo avidamente, quasi potessi sviscerare dalla sua grafia e dalle sue parole qualcosa di lui, rubare scampoli della sua personalità, fare miei tratti del suo carattere.

Un po' dopo "Annovi", molto prima dei Linea di Rottura e di Adesso.
Una storica foto scattata dalla salita del Tirassegno, dove un giovanissimo Cavani espose Urbi et Orbi un'immensa verità:"La cosa più bella di Sassuolo è l'ospedale". Vero ma anche il ricordo che conservo io dell'esperienza di stagista in Viale XX Settembre.  

Ecco, in alcune cose del mio "adesso" è uguale.
Ho colleghi e colleghe più giovani che adottano i miei stilemi, utilizzano le mie abbreviazioni, copincollano le mie mail, si muovono come me. Se da un lato è una cosa che mi riempie di orgoglio, dall'altro è una sorta di campanello di allarme, qualcosa che mi fa pensare a come io sia diventato o stia diventando un novello Annovi, un personaggio sfuggente che di sé stesso lascia più di quanto non vorrebbe e di quanto, soprattutto, non sappia.
Mi piacerebbe credere sia solo un fenomeno di "lead by example" o, per usare una perifrasi più elaborata, sia "dare l'esempio come migliore forma di insegnamento". Tuttavia, anche in questo caso, è altro: è un capo fresco di sartoria che non ho ancora imparato a indossare. Sto precorrendo i tempi, oppure questi mi stanno leggermente anticipando: delle due, l'una.
In ogni caso non sono in orario.


Nebbia

Quel che rimane, at the end of the day, è un senso di inadeguatezza generale, una percezione di smarrimento, il non riuscire a vedere oltre.
Come terapia, non so quanto performante, ho pensato potesse essere funzionale scomparire, eclissarsi, da qui la riscoperta di "Outshined" dei Soundgarden che ha scardinato diverse porte della mia memoria e della mia esistenza.
Per prima cosa mi sono tolto da Twitter (facile), poi ho rinunciato a Facebook (meno facile) prima pulendo i contatti, poi cancellando l'app dal telefono e decidendo di tenerlo solo per poter pubblicare gli articoli del blog e altre robe in via del tutto eccezionale. Dopodiché ho cominciato a staccare la spina a Whatsapp, silenziando le notifiche dei gruppi, archiviando alcune chat, ascoltando i vocals solo sui tratti dell'Estense dove Radio 3 non prende, rispondendo alle caterve di messaggi al sabato mattina, quasi fosse la rubrica postale dei mensili di una volta.

La serie di contingenze è stato aver stabilito tutto questo mentre non riuscivo a togliere dal lettore "Nebbia" dei Gazebo Penguins, canzone straordinaria che mi è irresistibilmente entrata dentro.

Ho l'irrefrenabile fotta di comprare solo delle Fender Jaguar, aiuto.

Le circostanze sono state principalmente tre.
La prima è stato accorgersi di come l'idea di "zero" giri, rigiri e torni sempre. Live Zero e Livello Zero: c'è poca differenza, isn't it?
La seconda è stata la casualità dell'approfondire la conoscenza di questa band proprio quando veniva organizzato un evento dedicato a Jean, al quale io non sono riuscito a prendere parte. La coincidenza? Il fatto che, se non ricordo male, uno dei primi video dei Gazebo Penguins fosse stato girato proprio da lui, e ce ne avesse anticipato la "proiezione" sulle pagine dello storico Forum MEF.

Come scritto, non sono riuscito a presenziare all'evento ma mi piacerebbe, anche se in ritardo, dare un contributo, postando questo video, nella speranza che chi si interessi di Nicolò Gianelli possa capitare anche su queste colonne e gli possano essere utili come collettore di notizie.

La terza, ultima e forse più importante, è stata che, nel prendere cognizione di quanto comunicare facesse male e creasse ulteriori e ingestibili pressioni, diventasse concettualmente imprescindibile un verso di questo brano, nella fattispecie quando i pinguini cantano:"Hai scelto di non farti più trovare ma gli altri restano tutto quel che hai", quadro e cornice di relazioni che hanno superato lo status di "complicate". Ripartire dalle basi, decidere che non frequentarsi (anche se solo virtualmente) fosse un ottimo sistema per andare d'accordo con almeno il 90% della popolazione mondiale e fosse un buon inizio per rassettare casa, fare del chiaro e vederci meglio.

Emilianità e hipsterismo

Avrò ascoltato questa canzone centomila volte e ogni volta ne colgo una sfumatura diversa.
Il disco, omonimo, mi sembra un omaggio alla padanità di cui questi ragazzi si alimentano e allo stesso tempo vengono risucchiati, essendo tuttavia in grado di ricavarne qualcosa di cui parlare, come se la loro apnea non fosse liquida ma eterea. Non riesco a dire che cantino di cose opprimenti, anche perché io stesso non sono cresciuto così lontano e so di cosa si parla, ma intendo cosa significhi sopportare la nebbia, quella fisica, e quanto sia difficile scansare quella dei pensieri, emergerne, spuntare oltre, buttare fuori la faccia e lasciarsi tutto alle spalle.
Perchè "è questione di un attimo e ci si perde davvero".


Il Livello Zero

Nel tornare da Padova, nel rivivere il gelicidio sulle strade, stessa esperienza di un'esistenza fa, è come se avessi rivisto e rivissuto (anche se solo nella mia mente e nel mio cuore) le tribolazioni dei tempi passati in quella ditta scalercia dove lavoravo prima.
Non so, se dovessi assegnare a quegli anni una stagione e una temperatura, aggiudicherei ad essi l'inverno del 2009 e il freddo brutale di quel Febbraio. Ebbene, è come se, in un preciso istante durante il ritorno dal concerto di Liam, quei tempi mi si fossero rimaterializzati davanti, e tutto ciò di cui ho provato a scrivere in questo post-fiume si fosse improvvisamente collegato ad Adesso, nel senso della canzone, ma anche al mio, di adesso.

Canzone che non c'entra un cazzo ma che ci sta sempre bene

Non posso in alcun modo accomunare la situazione di allora a quella di oggi: moltissime cose sono cambiate e lo hanno fatto in meglio ma allo stesso tempo rimane vero che ora si stanno presentando tratti con parvenze simili ad alcuni del passato e altri si sono aggiunti, facendo nuovamente scorrere la puntina su una falsariga simile.

Mi riferisco al frullare dei pensieri che rimbombano così forte nelle casse di risonanza di questa mia nuova età di mezzo da non permettermi più né di sentirli né di ordinarli, se non di notte quando tutto è più silenzioso e rarefatto, con l'effetto collaterale, tuttavia, di privarmi del sonno e garantirmi in cambio un'insonnia esasperante e una narcolessia che inesorabilmente striscia durante la giornata successiva. Torna la ricerca di silenzio, che oggi si declina nella necessità di uno stop alle telefonate nervose e ai verbosi messaggi whatsapp, e torna anche l'urgenza di ridurre le distanze spaziali e dilatare i tempi fisici e mentali, il bisogno di un Livello Zero di cui accuso sempre più nostalgia, la mancanza di uno strato che non sia canaglia come quello che vivo immediatamente al di sotto della superficie, quello dell'apnea, della completa assenza di ossigeno.

Non penso che sentirsi bene fra i banchi di una chiesa o aver la pazienza di veder germogliare piante di cui non mi è mai fregato un cazzo nella vita siano segni senza valore o importanza, anzi. Tutto ciò che richiede calma "fa brodo", perché ciò che risponde a un ordine precostituito e/o naturale impone priorità ineluttabili, ristabilisce un equilibrio primordiale, archivia ogni tattica di respirazione forzata e permette di recuperare la regolare pressione del sangue, "quello che pompa in testa, adesso".

Comprare cose inutili ma belle o, come direbbe Tommy:"Quand'è che siete tutti diventati eterosessuali e Tiger è diventato un negozio di riferimento?"

Si può essere "outshined" per motivi ambivalenti. Sia perché l'eclissi di sé stessi è volontaria, sia perché ci si ritrova in apnea a causa delle convenzioni del mondo esterno, e, tanto per fare un crossover -che a qualcuno suonerà blasfemo, e quel qualcuno è Santu- con le lyrics del pezzo con cui Liam ha aperto a Padova (Rock'n'Roll Star, ndr), "there's no easy way out" verso il Livello Zero, perché è come cantava Chris Cornell, ossia "I can't get any lower, still I feel I'm sinking".


Tregua

Intorno a Marzo m'era venuto un rigurgito sturmunddranghiano, m'era venuta la romantica sbrusia di scrivere di "Tregua", altro pezzo che, se fosse mai stato prodotto un EP degli Iræquiete, non solo ne avrebbe fatto certamente parte, ma sarebbe comparso al primo posto della tracklist dell'immagine-copertina di cui sotto.


Ira e quiete, dentro e fuori: Upnea

Ho riflettuto molto circa l'importanza di assecondare questo capriccio di malinconia e raccontarne qualcosa in questo articolo, anche fosse solo uno spin-off o una fortuita postfazione, se non altro per tenerne traccia e mettere agli atti.
Poco a poco che il bandolo della matassa andava dipanandosi, mi è sembrato sempre più opportuno scriverne, quasi fosse stato deciso da sempre che l'idea originaria diventasse la chiosa finale.

Foto che diceva moltissimo allora e dice moltissimo oggi.
Al tempo commentai su fb:"Facciamo un bilancio, Checco. Io mi vesto con una maglietta rosa, un foulard da finocchio, un cappello da cowboy e Ray Ban da sbirro texano. Tu sei diventato padre. Uno di noi è bellamente fuori strada". Oggi aggiungerei che forse quello fuori strada, per lo meno per come/dove tiene le birre in frigo, è il monaco trappista in secondo piano.


Ricordo ogni passo del pezzo: il riff intuito e abbozzato durante il battesimo laico di Nicola mentre ormai faceva sera nella campagna di Panzano, la costruzione della struttura in vacanza a Barigo con Berta, le prove alla Campanella con il Moro ed Enzolorenzo, e, ultime ma non ultime, le splendide registrazioni amatoriali di Checco, che non so cosa lo spingesse a venirci a vederci suonare a Pavullo fra la settimana ma che ebbe modo -per nostra fortuna- di riprenderci durante un solenne stato di grazia, permettendoci (ma soprattutto permettendoMI) di godere ancora oggi di quell'avventura in musica e di ricordare una storia che ogni tanto torna a bussare alle porte della mia memoria.

Nell'esistenza di ognuno di noi si trovano episodi che, pur fissando precisi momenti, si manifestano periodicamente, sfiorandone continuamente altri, come fossero benchmarx ("marx" nel senso di "marks" e non nel senso di Karl Marx, purtroppo. Ad ogni modo sempre Evviva il Socialismo, ndr) da cui non è possibile prescindere.
Per esempio "Tregua" unisce i puntini tra me, "Nebbia" dei Gazebo Penguins e Jean, perché la sera dell'inaugurazione di Emilia Ruvida, attaccata alla parete della bottega d'arte in Carteria v'era una polaroid che riproduceva un verso della mia canzone.

Deciso e costretto a far parte per me stesso.
Il solo mondo che conosco, il solo che non riconosco più.

Ma non è solo questo.
È il "peccato originale" da cui muove tutto, una canzone di dentro e fuori dei suoni, di luci e ombre nel testo, di aria ed acqua, di silenzio e grida, di ira e quiete. In una sola parola: Upnea, l'ultima chiamata per il Livello Zero prima di arrivare all'inesorabile "Adesso".

Tregua come sospensione, come interruzione momentanea delle ostilità cui tendere e come obiettivo da raggiungere, perché una soluzione definitiva non c'è, non è previsto un cambio del manico ma solamente una gita fuori porta o un concerto. Cose che di base non sono nemmeno così male perché le canzoni e gli incontri, come i casi della vita, non dovrebbero confondere le idee o oscurarle, ma solo fare ballare: un po' come essere felici.


Chi viene con me?

No spoiler

Infine, tanto per rimanere sul trend topic del post ma soprattutto perché quando i pianeti decidono di allinearsi non avvisano nessuno prima, ho quasi finito di vedere "The Shape of Water", film vincitore di quattro premi Oscar, e ci sono due valide ragioni per cui c'entra con questo articolo.
La prima è per una battuta del vecchio:"If I'd go back when I was eighteen, I'd give myself a piece of advice: take very care of your teeth and fuck a lot more" da cui mi son sentito descritto perfettamente; perché sì, è bello che qualcuno mi veda come io vedevo Annovi anni fa, ma la verità è che se potessi tornare indietro, mangerei molti meno orsetti gommosi e dedicherei qualche serata in meno al calcetto. La seconda è che, tralasciando "l'acqua", è il concetto di "forma" che colpisce nel segno, specie perché più ci penso e più associo a questo un'idea molto comune quando vi si riferisce, ossia quella di specchio.

Uno specchio d'acqua, qualcosa in cui riflettere, qualcosa che non si sa cosa nasconda dentro e dietro.


Dell'ultimo album di Cosmo "Attraverso lo Specchio" è la mia preferita.
Poche parole ma chiare, tanta musica per ballare e mandare i pensieri in soffitta.

Una sera a casa di amici, un po' patocco, continuavo a cantare i pochi versi di "Attraverso lo specchio", senza accorgermi che il bimbo di Bonetti (anni tre) mi stava girando intorno. Quando sono arrivato a chiedere:"Chi viene con me?", mi son sentito rispondere:"Io! Io vengo con te!". 
Ti prometto, caro mio, che se trovo qualcosa, se trovo un passaggio attraverso lo specchio, non sei il primo a cui lo dico solo perché la mia bimba che ride ha diritto di prelazione, ma tu hai un posto assicurato fuori dall'acqua, in superficie, al Livello Zero.

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